• feb
    01
    1993

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Parlophone

È il 1988 quando il chitarrista e cantante Thom Yorke decide di sciogliere i punkettari TNT e sondare strade diverse assieme al bassista Colin Greenwood. Così, reclutati nello stesso ambiente universitario Ed O’Brien (chitarra) e Phil Selway (batteria), prende corpo un’entità inizialmente battezzata On A Friday (dal giorno fissato per le prove). Ben presto si aggiunge alla formazione il fratellino di Colin, Jonny Greenwood, chitarrista anomalo votato alla distorsione di marca Sonic Youth: l’organico così definito non subirà modifiche fino ai nostri giorni, segno di una coesione piuttosto rara in quel bailamme centrifugato di tregende e frivolezze che è il mondo del rock.

Il 1991 li vede impegnati in rare esibizioni live dalle parti di Oxford, ma la notizia che conta è l’uscita del primo demo Manic Hedgehog, che guadagnerà loro le attenzioni della EMI. Il nome viene cambiato in Radiohead nel 1992. Il debutto su lunga distanza, un anno più tardi. Ascoltando oggi Pablo Honey, l’album d’esordio dei Radiohead, è facile cedere alla tentazione di rintracciarvi i germi della futura cifra espressiva: 12 songs per una scaletta compatta, ben messa melodicamente, senza cali di tensione ma a dire il vero con pochi spunti d’altissimo livello. Uno di questi è Creep, il pezzo-miccia responsabile della deflagrazione radioheddiana, visto che – singolo senza grossa spinta promozionale – trafisse il circuito delle college-radio statunitensi con l’impeto delle british “invasion” di pionieristica memoria: va da sé che il rimbalzo nel vecchio continente ebbe del clamoroso. Con quanto merito? Beh, la canzone può contare su una progressione melodica di tutto rispetto, ordinaria struttura verso-verso-chorus, echi di cantautorato rock e noise pop fine 80, badilate di spleen post adolescenziale che crepitano in un ritornello drammatico e febbricitante.

Due gli elementi di spicco: la chitarra di Greenwood, come un bordone distillato da  My Bloody Valentine, Jesus & Mary Chain e Sonic Youth, e la voce di Yorke col suo estenuarsi refrattario ad ogni impostazione, il timbro pressappoco nasale, greve e vibrante, le sistematiche scivolate nell’inconsulto falsetto, le repentine angolosità, le ombre improvvise in cui vanno a spengersi i vocalizzi distesi. Eppoi i melismi trepidanti a tutto petto e stomaco, come a scolpirsi un profilo antigrazioso (non manca certo a Thom il phisique du role) in mezzo al quale spicca la ferita schiusa del cuore, in precario equilibrio sulle rapide di un mondo rapace, crudele, sempre più ostile. La stampa non perde tempo ad additarlo come erede d’ugola di un Bono Vox ormai prossimo al capolinea, ma tanto fisicamente che per la presenza scenica Yorke rimanda all’epilettica comunicativa di Johnny Lydon, volgendone l’invasamento iconoclasta in una sorta di introversa tribolazione e facendo omeopatia dell’esotismo straniante periodo Public Image Ltd.

Tornando all’album, non è certo all’altezza dei successori: appunto pop rock di buon taglio, energico e spigliato (Ripcord, I Can’t), con la felice intuizione del piano pestato nel bel mezzo di un diluvio fuzzy (How Do You?), sprazzi di new wave jazzata (Blow Out), l’imprinting neilyounghiano (evidente in Anyone Can Play Guitar e addirittura esplicitamente citato – con un frammento di melodia carpito a Heart Of Gold – in Prove Yourself), certi fraseggi tra i R.E.M. e gli Smiths più ombrosi (Stop Whispering, Vegetable) e qualche momento di toccante rarefazione elettroacustica (Lurgee, Thinking About You). Forse il brano che più anticipa le atmosfere a venire è l’iniziale You, hard-pop sensibile ad esotismi inafferrabili e all’oscurità percussiva di Joy Division e Bauhaus, dai quali mutua anche l’inquietante viluppo melodico. Come un vagito, insomma, o come i tratti somatici del neonato, da cui puoi forse dedurre molto ma che poi si assesteranno come meglio credono.

1 febbraio 1993
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