• giu
    01
    1995

Album

Parlophone

Ci si attendeva molto da The Bends. Soprattutto coloro che avevano creduto a scatola chiusa alla presunta continuità tra i Radiohead e gli ormai stracotti U2: il solito tira e molla di una critica fisiologicamente in ritardo, se escludiamo qualche punto di contatto “atmosferico” tra l’epico crepitare di Planet Telex o Sulk e certe traiettorie perseguite dagli irlandesi in Achtung Baby e Zooropa. Per il resto, un disco che cerca e ottiene una sintesi sonora se non personale almeno riconoscibile, smarcandosi dal suddetto movimento dei “lumascarpe” in virtù di un impeto talmente fragoroso da marchiare molto rock cosiddetto “alternative” per un lustro abbondante (alla pari del quasi coevo Grace del compianto Jeff Buckley).

Insomma, se le distorsioni diventano il corpo di un suono che a sua volta è immagine di alienazione insolubile (la deflagrante title track, l’epica Black Star), al contempo il paesaggio si arricchisce di un florilegio elettronico ora ipertrofico (Planet Telex) ora impalpabile (Bullet Proof) che non rinuncia affatto alle suggestioni dell’acustica (Nice Dream). La rabbia è domata in sfuriate calcolatissime eppure animalesche (Bones, la già nota My Iron Lung), le ballate imbastiscono palpitanti trame atmosferiche (Bullet Proof, Fake Plastic Trees, Street Spirit) e persino i momenti più ruffiani non si discostano da un buon livello qualitativo (High And Dry, Sulk, Just). Il tutto è sostenuto da un’interpretazione che non insegue il virtuosismo ma percorre genuina e disarmante i contorni di una sensibilità allo stremo, infoltendo il suono in una sorta di “muro” oleografico, solido ma volatile, cosmico e derelitto.

Tra le sfuriate improcrastinabili di The Bends e lo struggente crescendo di Fake Plastic Trees (folk androide che si dipana etereo in rabbioso crescendo: forse la loro cosa più bella di sempre), si definisce dunque un segno espressivo nettissimo, una poetica che già può ben dirsi “radioheadiana”, fondata su una tipica algidità iperrealista confinante con un certo catastrofismo allibito, come un racconto scritto a quattro mani da Carver e Ballard, come un eccesso di sensibilità sempre differita, che trova punto di vista e rifugio dietro la maschera di un romantico deliquio, un’arrendevolezza sintomo e metafora di crisi epocale. I testi sembrano discorsi privi di interlocutore, flussi interiori estirpati al buio dell’anima, talora balbettii incomprensibili capaci però di improvvisa illuminazione, pura e sconvolgente come uno sguardo posato per la prima volta sulle cose, spogliato dalle ormai insostenibili sovrastrutture. Il mondo ha l’aspetto opprimente, asettico e spietato di un polmone d’acciaio, e neppure offrono scampo le lattiginose affabilità dei sogni, ivi compresi ovviamente – e con evidente amarezza – “certi” sogni. Però ultimo barlume d’uomo, ancorché parziale, debole, sterile, a bassa intensità, schiacciato dalle immaginifiche gittate del “progresso”.

Il rock torna dunque a far intravedere una via di fuga, proprio quando al di là dell’oceano il grunge esalava l’ultimo respiro e già si diffondeva, in sordina ma insidioso, il sottobosco indefinibile ancorché fruttuoso del cosiddetto “post rock”. Insomma, se ci si aspettava una conferma, arrivò molto di più: un’esplosione, una piccola irreversibile sommossa, il ritorno prepotente del rock come luogo mitico, conforto, ruggito e voce testarda delle giovanili istanze (inquietudine, inadeguatezza, impossibilità di autorealizzazione, terrore etico-ecologico, semplice orribile paura del domani).

Su dodici titoli, non uno che riproposto oggi in una qualsiasi scaletta radiofonica denunci segni di eccessivo cedimento. Solo alla luce di ciò che gli stessi Radiohead hanno poi fatto, ci sembrano oggi meri esercizi di fuoco, come i proiettili traccianti di un arsenale che non aveva ancora iniziato a fare sul serio.

1 giugno 1995
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