• apr
    23
    1976

Classic

Sire

Nel giugno di quest’anno il primo album dei Ramones è diventato disco d’oro raggiungendo le 500.000 copie. Stupisce che lo abbia fatto soltanto ora, a quasi quarant’anni dall’uscita, perché in termini di influenza sulla scena rock non sono certo tanti i dischi che possono vantare lo stesso impatto. Una notizia che, tra l’altro, si accompagna tristemente alla scomparsa di Tommy Ramone, ultimo superstite della prima formazione.

Per capire la portata epocale del primo disco punk rock propriamente detto, o giù di lì, bisogna pensare inevitabilmente a tutto quello che è venuto dopo. Pensare a che cosa non sarebbe stato o sarebbe stato diverso. Il punk. Di conseguenza l’hardcore, con tutta la sua scia. E gruppi come Hüsker Dü, Jesus & Mary Chain o Nirvana. Bisogna pensare anche a quello che c’era prima, uno scenario un po’ piatto in cui il rock and roll aveva perso il roll e anche un bel po’ del rock, si era imbolsito, annacquato, ingigantito, aveva smarrito lo smalto e l’esuberanza degli anni ’50 e ’60. Un’iniezione di energia doveva venire dal basso e così fu. Da una scena circoscritta alla squallida Bowery e a un buco fetido come il CBGB’s partiva la rivoluzione che nel giro di un paio d’anni avrebbe ribaltato come un calzino il mondo della musica popolare.

La botta di vita non poteva arrivare dalle superstar ma da quattro outsider, capaci di suonare gli strumenti giusto il tanto/poco che bastava, sì. Joey, Johnny, Dee Dee, Tommy. Quattro ragazzotti del Queens a cui piacevano gli Stooges. Joey con trascorsi in manicomio, Dee Dee con trascorsi in carcere. Johnny a cui «interessavi solo se eri davvero fuori». E gli altri due lo erano. Dee Dee fa l’addetto alla posta, e Johnny l’operaio in un cantiere. Un venerdì, giorno di paga, Johnny compra una chitarra Mosrite, Dee Dee un basso Danelectro, due degli strumenti più a buon mercato in circolazione. I due chiamano Joey per formare una band. Joey all’inizio suona la batteria ma i suoi compagni vanno troppo veloce. Dee Dee gli chiede di passare alla voce e alla batteria finisce Tommy, titolare della sala prove che non l’aveva mai suonata in vita sua. Le prime date al CBGB’s, dove i Ramones vanno ad aggiungersi a Patti Smith, ai Television, ai Talking Heads, sono leggendarie. Salgono sul palco come una gang, un vero commando: giubbotti di pelle nera, t-shirt, jeans lisi o stracciati e scarpe da ginnastica d’ordinanza e attaccano con velocissime schegge di rock and roll da due minuti, tanti piccoli popper a distanza di un 1-2-3-4. È il garage rock che ritorna in una formula nuova. Tutti potevano farlo e questo era il segreto. Era un invito all’azione. Per chiunque.

Registrato per un costo irrisorio di seimilaquattrocento dollari, l’album suona a dir poco grezzo (c’è chi trova superiori i demo). Blitzkrieg Bop è il brano che meglio si presta a diventare il manifesto della band e di uno stile musicale. Due minuti di rock and roll suonato in maniera elementare quanto ipercinetica, con la chitarra (che macina tre accordi in barré con le sole pennate in giù) e il basso (che suona in sincrono le fondamentali, non una nota in più né una in meno) a rimbalzarsi il riff da un canale all’altro (Dee Dee è tutto a sinistra Joey tutto a destra, secondo una vecchia tecnica di registrazione sixties). La batteria è metronomica e Joey canta a metà tra un accento inglese di ritorno e il suo naturale del Queens. Niente di più, niente di meno. Talmente minimalista da diventare concettuale. Il rock basico, come dovrebbe essere. «Vent’anni di storia del rock in tre accordi, ogni volta riciclati e ogni volta risuonati in maniera più primitiva» ha scritto Lester Bangs riscostruendo la linea evolutiva del punk a partire da Blitzkrieg Bop e facendola risalire a La Bamba attraverso No Fun degli Stooges, You Really Got Me dei Kinks e Louie Louie dei Kingsmen.

Un’altra tendenza che ha inaugurato Ramones è il salto all’indietro di una generazione, un iter che ha visto periodicamente il rock fare ritorno alle proprie radici per ripartire verso nuovi lidi. È punk rock, la cosa nuova, sì, ma rumina Chuck Berry, il garage di Nuggets, i gruppi vocali femminili, il surf e i Beach Boys, anche se al doppio della velocità degli originali, tra i brandelli di doo-wop schizzati di Judy Is a Punk e Chainsaw, le romanticherie bubblegum di I Wanna Be Your Boyfriend, la cover di un pezzo del ’62, Let’s Dance, o la cantilena stoogesiana di 53rd & 3d. E le canzoni corte, adrenaliniche, sono autenticamente poppettare, da Beat on the Brat a Now I Wanna Sniff Some Glue, in una sorta di suono sixties stilizzato, riempito di iperboli da fumetto e anfetamine.

I testi sono talmente brevi da diventare astratti, filastrocche surreali al limite del nonsense, flash di vita di strada con storie di prostitute o di ragazzi che vogliono sniffare colla e riferimenti quasi postmoderni a una cultura popolare fatta di droghe fai da te, fumetti e b-movies (con uno sballato proclama pseudonazi come Today Your Love, Tomorrow the World a chiudere giusto, per non farsi mancare nulla). Un concentrato che ha fatto epoca e rimarrà più o meno lo stesso fino al 1996. Se Leave Home e Rocket to Russia non sono da meno, e anzi leggermente superiori per la qualità delle canzoni, la fondamenta del mito poggiano qui. E non solo di quello.

Il 4 luglio 1976 i Ramones debuttano alla Roundhouse di Londra. Sembra che il Regno Unito li accolga meglio dell’America dove non sono così conosciuti al di fuori della loro tana. Soprattutto, tra il pubblico ci sono i membri di Clash e Sex Pistols. Che guardano e qualcosina imparano.

 

4 settembre 2014
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