• ago
    01
    2011

Album

Warner Music Group

Dopo cinque anni di silenzio tornano i Red Hot Chili Peppers col decimo album di inediti. Notizia nella notizia, I’m With You vede debuttare il nuovo chitarrista Josh Klinghoffer, dal momento che John Frusciante è di nuovo – pare definitivamente – uscito dal gruppo. Poco male: l’irrequietezza indolente e lunare di John viene sostituita dal più dinamico, acido e scabro stile di Klinghoffer (riecheggiante a tratti il caro vecchio Andy Summers), conferendo al sound il giusto grado di ruvidità e stranezza. Sia chiaro: ruvidità e stranezza sì ma perfettamente funzionali ad un progetto dalle evidenti finalità, ossia rifornire le playlist del globo con questo nuovo carburante marca RHCP.

Si punta parecchio sulla non ancora troppo sbiadita fama di sobillatori di incroci tra inneschi hard-funk e spasmi hip-hop, divenuti col tempo sempre più civettuoli e disposti a conciliare le istanze della più rassicurante ballad folk-pop. Ok, confesso: non avevo troppa voglia di ascoltare questo disco. Il singolo The Adventures Of Raindance Maggie mi aveva sconcertato per la piatta ruffianeria, tutto un insulso strofeggiare melodia dolciastra in un guazzetto danzereccio variegato di ricami chitarristici glam. Ma qualcuno doveva pur farlo, ed essendo stato tra i pochi a non aver disdegnato (senza esagerare) il precedente doppio Stadium Arcadium, che volete farci, mi toccava espiare. Ebbene, in queste quattordici tracce ho trovato esattamente ciò che mi aspettavo: una affabile professionalità, tanto più innocua quanto più estrosa.

Ci provano i quattro a smuovere le acque coi funkettini affilati post-punk (Factory Of Faith), svisando tra le parentesi liquide (vagamente flaminglipsiane) di Goodbye Hooray o sprimacciandosi il cuore con la struggente ma prevedibilissima ballad Brendan’s Deat Song (dedicata all’amico scomparso Brendan Mullen). Ci provano appunto ma non riescono a fare altro che mettere a lucido il blando sfavillio d’un marchio che non è (più) in grado di smuovere nulla oltre un’epidermica radiofonia. E che ovviamente, anche in ragione di ciò, otterrà il successo preventivato.

Chiudo con la consapevolezza che al ritmo di un album a lustro – e cambiando chitarristi a piacimento – Kiedis e compagni potranno continuare praticamente in eterno, raccogliendo ogni volta i frutti del caso. Messa così somiglia a un incubo. Forse perché non si tratta di un incubo.

25 agosto 2011
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