• ago
    01
    2012

Album

Perlon

Se c'è uno che può fregarsene di evolversi o seguire i tempi e può permettersi di esprimere sempre e soltanto un sound proprietario, impermeabile e pressocché immutato nel tempo, quello è Ricardo Villalobos. La sua minimal è la minimal per eccellenza, nella sua forma più compiuta e genuina, la quintessenza di uno stile dance che fa un monumento all'eleganza: l'arte di eliminare il superfluo, i meccanismi immediati e le strutture di facile impatto e dimostrare che anche l'essenziale può esaltare. Una discografia pochissimo dinamica ma dove ogni album (5 personali dal 2003 ad oggi) ha un'identità marcata e degna di esistere, sempre ricca di sfumature e dettagli di stile che tengono lontana la noia.

Nonostante ciò, il Villalobos che si presenta oggi in Dependant And Happy ha un volto diverso e vari segnali di smarcamento da ciò che il pubblico è abituato a ricevere. In parte – ed era prevedibile – è l'effetto diretto delle recenti esperienze di rework con Max Loderbauer, che han risvegliato nel dj cileno un nuovo spirito sperimentale: per certi versi i momenti più sorprendenti qui son proprio brani come Die Schwarze Massai e Mochnochich, che si crogiolano su metodi glitch e spazi dub (che in realtà potremmo definire deep) finora abbastanza estranei al suo stile. Meglio ancora Das Leben Ist So Anders Ohne Dich, un mantra autoritario figlio dei D.A.F. ripetuto su uno sfondo di suggestione e attesa che mai incontra l'epifania della cassa (e per questo doppiamente soddisfacente). Non esattamente la svolta intellettuale che invece abbiamo osservato su Alex Under (qui restiamo sempre saldamente piantati entro la dimensione tecnica), ma comunque un restyiling che sa guardare più in là della visione strettamente dance.

Non tutte le novità però sono riconducibili ai progetti RE: ECM e Zug: Reshaped. Su pezzi come Grumax e Kehaus, ad esempio, Villalobos compie un movimento lieve ma deciso, dal suo minimalismo dell'essenziale a qualcosa di molto più vicino alla tech-house per club, vale a dire dall'arte del sottile alla merce esplicita. Qualcuno parlerebbe di svilimento della filosofia e abbandono alla superficialità, e non avrebbe nemmeno tanto torto. Accanto a mosse più commerciali, però, resistono esempi del dinamismo che di lui sappiamo: Tu Actitud è un ondeggiare acido pungente lungo un cantato beffardo che è quasi funk (malato, urticante e visionario, ma funk), I'm Counting è una lezione di stile basata su agilità e microbeat, Put Your Lips sa chiudersi tanto a fondo in sé stessa da sfociare nell'autosuggestione e Zuipox fa da affondo decisivo nell'anima scarna della minimal, rinfrancata dalle intuizioni del piano.

Considerando che Dependant And Happy non è un album ma una serie di uscite raggruppate su tre vinili, è logico accettarne la frammentazione. Più che un monolite compatto, Villalobos ha prodotto stavolta una nebulizzazione di stimoli validi su più fronti. Manca forse la progettualità che avrebbe vestito il tutto di una luce più autorevole, magari a volte si cede alla tentazione del mestiere, si può mal digerire la fruibilità di un ascolto che supera l'ora e mezza, ma nel complesso parliamo di un universo sonoro che resta sempre ricco di spunti d'interesse e degno del tempo speso. Lui non è un filosofo, ma uno specialista. Su scelte e formalismo puoi discuterne quanto vuoi, ma l'efficacia estetica è sempre fuori discussione.

17 settembre 2012
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