• gen
    01
    2010

Album

Type Records

Riprendo qui quello che Richard mi disse qualche anno fa: “E’ stata la scoperta che certi posti avevano una risonanza acustica particolare – ponti, pozzi e altri posti chiusi – ad attirarmi fuori con la mia chitarra. Quando questo accade, al principio mi sento un po’ vulnerabile, specie se sono da solo, ma diventa subito come una seconda vita. Ora come ora, spesso suono in posti che hanno una risonanza emozionale, più che acustica, sebbene sia davvero grande quando le due cose coesistono. In pratica, Landings è un tentativo di creare una connessione più intima con i paesaggi e di esplorare un senso di identità con i luoghi. Ogni lavoro è “site-specific” e spesso finisce per essere un’offerta musicale, un oggetto che letteralmente si lega al posto in cui è stato fatto”.

Poco altro da aggiungere, perché la mission artistica è chiarissima, così come la musica, che ha ormai da tempo lasciato qualsiasi dimensione temporale per legarsi ad una indefinita eternità senza tempo e facendo del suo autore una sorta di paradigma. Nè folk, né classico, né assolutamente niente altro, forte di un linguaggio ormai così personale che è arrivato ad essere del tutto autonomo. A conti fatti non è neppure un musicista tout court, quanto proprio un impressionista, alla maniera dei migliori paesaggisti britannici. E l’uomo come misura e protagonista del paesaggio è il connettore delle emozioni che si muovono in Landings. Una questione a forte presa di fascinazione come testimoniano le parole del libro in copia limitata che accompagna il disco e costituisce una sorta di avvincente e poetico diario delle registrazioni, la cui lavorazione è durata per quattro anni, dal 2005  al 2008, muovendosi nella zona inglese del Lancashire, ed in particolare ad Anglezarke, nella zona rurale di West Pennine Moors.

E’ dalla perdita di sua moglie Louise che parte questa sorta di randagismo ristoratore, che comincia a far lentamente fluire energia nuova nelle vene, come si sorprende a testimoniare Richard stesso nel libro: “More and more I was drawn to those low hills, wreathed in heather and pale grasses, and I discovered there something analogous to my own experience of grief: a connection with the land itself through its hidden narratives of displacement and loss; a solace in the regenerative cycles of nature, as enacted in its wood and meadows throughout the changing seasons”. La musica quindi si compenetra con l’elemento naturale, limitandosi non soltanto all’uso degli sparsi field recordings che si avvertono qui e li nel disco, quanto proprio a mimarne l’umore e la cadenza, il ritmo e il respiro.

Richard entra così in contatto con due fattorie diroccate chiamate Hempshaws e Old Rachels. Comincia a suonarci dentro, attorno, di fronte. Comincia ad interessarsi alla storia e alle vicende di queste costruzioni. Chi ci ha vissuto, come si sono trasformate nel tempo, che storia hanno avuto. Comincia quasi istintivamente ad immedesimarsi con questi spazi e il racconto stesso diventa la cronaca di una rinascita e di un legame atavico inscindibile dalla propria terra.

Approaching this outcrop of trees, the atmosphere hits me forcibly. The pitiable nakedness of the boughs and branches. The sudden murmuring of the wind. Colluding. I want to make some kind of gesture. An offering. A mark of passing. And to leave it here. Tied to the land”.

4 febbraio 2010
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