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    2016

Classic

Spin On Black

Chi si ricorda dei Ritmo Tribale oggi? Probabilmente i fan, i giornalisti e qualche nostalgico. Tra i gruppi rock anni Novanta è più facile citare gli Afterhours, i Marlene Kuntz, i Negrita, magari i CSI, ma i Ritmo Tribale è raro vederli spuntare nei riferimenti o nelle top hit. Da qualche tempo però, la situazione è fortunatamente cambiata. Dopo il ritorno di Eddail cantante della band, con tre album (Semper Biot, Odio i vivi Stavolta come mi ammazzerai?) e dopo l’uscita nel 2014 del libro Uomini di Elisa Russo, l’interesse per questa band e per la scena milanese degli anni Novanta si è ravvivato.

La ristampa di Mantra (quarto full length da studio dei Ritmo Tribale) aggiunge un tassello alla doverosa riscoperta di quella parabola artistica e umana. Dei gruppi ricordati, sono quelli ancora attivi ad essere più menzionati e citati come influenze dai giovani artisti. I Ritmo Tribale erano alieni, un culto a parte: «Non eravamo identificabili, […] abbiamo sempre preso molto in giro questi giornalisti che si riempivano la bocca di aggettivi apparentemente difficili per nascondere una povertà di scrittura tremenda. […] Per me la poesia è semplicità. A loro piacevano molto di più gruppi come Massimo Volume o Marlene Kuntz con testi diversi, più colti e difficili. I nostri venivano letti in maniera superficiale». Così dice Andrea Scaglia (vocalist e chitarrista della band), quando si parla del loro mancato successo. Un’occasione persa anche a causa di un atteggiamento di autocritica e di eremitaggio che tutti i componenti del gruppo perseguivano, condito da qualche innocente spinta tardoadolescenziale, ma non per questo privo di integrità. La fedeltà alla loro “linea” è una delle tante posizioni che hanno minato la loro potenziale popolarità, ma che oggi aumenta la qualità e il valore della loro produzione.

Nel 1994, quando esce Mantra, l’Italia attraversa un periodo elettrico. Nel 1992 (in piena inchiesta Mani Pulite) si pensa che possa emergere una nuova classe dirigente, aliena dalle logiche mafiose delle mazzette o del favoritismo. Due anni dopo scende in campo Berlusconi con Forza Italia. In tre mesi riesce a guadagnare la maggioranza relativa e diventa primo ministro. Achille Occhetto, che aveva chiuso la vicenda del PCI nel 1991 con la Svolta della Bolognina, perde contro il cavaliere e si dimette. È un periodo tumultuoso, ricco di potenzialità, di proposte, di meriti e pure di sbagli. Ed è qui che entra in gioco Mantra. Disco di svolta, maturo, anche se non ai livelli del successivo Psychorsonicache segnerà la fine della collaborazione fra Ritmo Tribale e Edda. Ad ascoltarlo oggi suona fuori dal tempo. Per il periodo è alieno, perché difficilmente catalogabile: alcuni lo definiscono metal, altri rock, hard rock, indie o underground. Un po’ U2, un po’ Helmet, qualche svisata grunge. Ma è anche il disco che si discosta dall’urgenza dei precedenti Bocca chiusa (1988), Kriminale (1989) e Tutti Vs. Tutti (1992), proponendo testi meno politici, più “spirituali”. Edda aveva conosciuto gli Hare Krishna già alla fine degli anni Ottanta, ma è solo qui che viene fuori tutti il misticismo del personaggio, deviato verso una direzione personale, che riflette un percorso mutevole, alle volte tormentato (poi confluito nella tossicodipendenza), ma più che mai sentito.

Il disco è il primo del gruppo ad uscire sotto contratto major grazie a Elvis Galimberti, che ha portato i Ritmo Tribale in PolyGram (lui, personaggio strano e illuminato, responsabile della Black Out, prima sussidiaria major per il mercato indie italiano, che avrebbe pubblicato, tra gli altri, Casino Royale e Negrita). Leggenda narra che il contratto venne deciso durante un concerto al Leoncavallo, dove i Ritmo Tribale riuscirono a portare circa seimila persone sotto il palco. I commerciali della major propongono immediatamente al gruppo l’ingaggio, vista la grande attrattiva sul pubblico. Non è però solo una questione di paganti: in quegli anni a Milano c’è un clima positivo per quanto riguarda la produzione musicale. Sono tanti i gruppi che danno una svolta al panorama rock indipendente nostrano, pescando non dalla tradizione locale, ma aprendosi all’estero, sia come influenze che come risultati, e proponendo una visione internazionale del rock. Nel 1994 esce il singolo Cambio dei Negrita (contenuto nell’album omonimo), i Casino Royale lavorano a Sempre più vicini, gli Afterhours iniziano a cantare in italiano per quello che poi diventerà Germi, Edda nel ’93 ha già partecipato ai cori su Dainamaita dei Casino Royale e interviene anche nell’esordio dei La Crus, Scaglia partecipa al debutto omonimo dei Karma, e molte altre band ruotano attorno al Jungle Sound, uno studio dove sono passati personaggi del calibro di Iggy Pop, Sepultura, Oasis, Vasco Rossi e molti altri. C’è insomma la voglia e la visionarietà adatte a costruire qualcosa di nuovo.

L’appoggio delle major è altresì fondamentale: oltre al talent scouting, le etichette foraggiano i gruppi con anticipi sostanziosi: per Mantra si parla ad esempio di 70 milioni di lire (20 verranno spesi per la strumentazione e 50 per il disco vero e proprio). Il lavoro viagga su coordinate rock che citano gli U2 e gli Extrema (L’assoluto, Antimateria, che contiene già molto dell’Edda solista), il blues-rock elettrico (Amara e la stupenda Sogna, con quegli inserti di tastiere jazzy-trip), i Litfiba più sporchi e convincenti (Hanno tradito), il rimescolamento con il grunge dei Pearl Jam (Sire), il punk (Ti detesto II) e pure la cover di Rino Gaetano (Il cielo è sempre più blu), chiudendo con un funk rock à la Red Hot Chili Peppers mescolato con il metal (Buonanotte) e con la psichedelia misto fattanza (Il male, meditazione sulla dipendenza).

Dopo più di vent’anni, i Ritmo Tribale rappresentano una parte consistente dei ragazzi dei Novanta che sono stati lì lì per arrivare al successo. Molti avrebbero avuto le potenzialità, ma per qualche motivo contingente non sono riusciti a realizzare i propri sogni e probabilmente oggi provano a riciclarsi in lavori più o meno gratificanti o conducono vite ordinarie, accontentandosi e sopravvivendo. Mantra è una meditazione sullo stato di perenne insoddisfazione della cosiddetta Generazione X (i nati fra il 1963 e il 1980) che trova nell’assoluto, nell’amore e nelle piccole cose un’uscita temporanea da una vita che non ha seguito gli istinti: «posso solo fuggire/non potete capire» dice Edda in Sogna. Quello che resta oggi è la continua voglia di essere “diversi da come ci dipingono”, il desiderio di essere se stessi, a prescindere dalle mode e dai giudizi: «Vorrei un corpo / Fatto di antimateria / Con dentro un cuore / Che si stacchi dalla terra». Una breve e intensa uscita dall’ordinario più che mai attuale.

 

20 giugno 2016
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