Live Report
Dal 20 aprile al 23 aprile 2017

Ci sono festival e festival, ormai è un dato di fatto. In quanto luogo di aggregazione sociale, a suo modo, il festival musicale cambia e muta a seconda della propria proposta, del luogo in cui si svolge, e principalmente del pubblico che vi partecipa: festival come il Coachella o Glastonbury, hanno affermato la propria supremazia grazie alla grandeur che li caratterizza, alle lineup sempre colme di grandi nomi e al tempo stesso di musica “altra”(fino ad un certo limite) e proposte più curiose, ma sempre mantenendo il proprio status quo di place to be non solo per la musica in sé (che dovrebbe essere il motivo principale), ma anche per il gusto e il prestigio di farne parte come spettatori. Altre realtà, sempre rumorose ed eclatanti in quanto ad eco mediatica (ma leggermente minori in quanto a dimensioni) come il Primavera Sound di Barcellona hanno costruito invece la propria reputazione ed accresciuto il proprio prestigio passo passo, proponendo musica rivolta a “super nicchie” di avidi ascoltatori, in un’operazione un po’ filo-nostalgica, un po’ modernista (o che guarda a certa musica “futuribile”, alle possibili next big thing della musica mondiale), che va a toccare ampi frangenti musicali, dall’elettronica al metal (e quest’anno più che mai, line-up alla mano), e che attira quindi principalmente ascoltatori che vivono l’esperienza del festival come un folle road trip giornaliero in cui accaparrarsi più concerti possibile.

Ecco, potremmo dire che almeno in parte il Roadburn è affiliabile a questa seconda categoria, se solo non fosse un festival di genere (o quasi, ci arriviamo); quello che infatti si tiene a Tilburg (piccolo centro universitario a una manciata di km da Eindhoven) ogni secondo o terzo weekend di aprile è difficile da spiegare, se non lo si vive: l’atmosfera che si respira è inizialmente molto strana (e non solo per i miasmi esotici, per così dire, che si spargono attorno a tutta l’area del festival), e la sensazione che comincia a farsi strada dopo due o tre ore trascorse tra i palchi dell’auditorium 013 e i locali circostanti è quella di assistere, più che ad un festival, ad una sorta di vero e proprio rito collettivo. Il clima familiare, disteso ed estremamente partecipativo che permea il festival è forse la chiave del suo successo ed è tangibile ancora oggi, a diciotto anni dalla prima edizione.

Il Roadburn infatti nasce nel 1999, per volere dei due gestori (Jurgen van den Brand e Walter Hoeijmakers) di una webzine omonima dedicata al metallo nelle sue più varie declinazioni – ma principalmente orientata verso la scena stoner/doom, che all’epoca stava cominciando a generare band ed a raccogliere proseliti in tutto il mondo, dopo l’exploit dei gruppi provenienti dalla scena del deserto californiano dei generator parties, ovvero Kyuss, Fu Manchu e compagnia urlante. All’epoca della sua nascita (e per circa i quattro anni successivi), il festival si teneva in un’altra venue, l’Effenaar di Eindhoven (sempre un auditorium, ma più contenuto rispetto all’attuale 013 – e che oggigiorno ospita, tra gli altri, lo Psych Lab, “filiale” olandese del Festival Internazionale di Psichedelia di Liverpool), e in line-up, allora limitata ad un pugno di nomi, figuravano band prettamente legate allo stoner (Masters of Reality, Fu Manchu, Monster Magnet, Beaver, etc.). Il successo sempre crescente della proposta ha poi portato i due zelanti organizzatori ad estendere il proprio network di collaboratori, figure promozionali e sponsor, creando appunto una sorta di nucleo familiare allargato ed efficientissimo che ha reso il Roadburn un totem dei festival metal indoor (e dei festival indoor in toto) – tornando al discorso di prima: chi cerca lo spettacolo va al Wacken, (monumento teutonico e per molti IL festival metal per eccellenza, ma fin troppo legato alla tradizione e che per questo sta progressivamente perdendo appeal) o all’Hellfest (grande circo che si tiene a Clisson, tra le valli normanne, una specie di Tomorrowland dei metallari), chi vuole la qualità atterra dalle parti di Eindhoven.

E così questa parabola ascendente porta ad un dislocamento cruciale, con il sopracitato 013, a fare da teatro, con l’area attigua (compreso un palco sito in una cappella sconsacrata, Het Patronaat, proprio di fronte all’auditorio) caratterizzata da locali e localini – altri due palchi al Cul de Sac (nomen omen, data la difficoltà di accesso, e di uscita una volta dentro) ed all’Extase, pub locali tra i tanti disseminati in una via che ricorda vagamente un far west popolato da valchirie e nibelunghi: c’immagineremmo infatti una situazione popolata da tali figure, ad un festival di genere, di QUEL genere; eppure il Roadburn non è così come appare, o meglio, ha mutato e contaminato parte della sua proposta per attirare ed unire diverse tipologie di ascoltatori, andando a toccare anche sonorità a loro modo assimilabili e, allo stesso tempo, distanti rispetto ai piatti forti della casa. Infatti, una delle peculiarità rilevanti della rassegna olandese consta nell’associare in un’unica, corposa line-up suoni che si muovono “trasversalmente”, come certa elettronica – i set di quest’anno degli Ulver e di Perturbator sono stati in tal senso significativi, ed hanno coinvolto un pubblico usualmente avvezzo a far roteare il cranio senza remore – o la psichedelia (qualche anno fa si presentarono al festival anche gli storici Pretty Things), ad un blocco formato annualmente da proposte più in tono e dai canonici headliner – uno dei quali, secondo un meccanismo piuttosto diffuso proprio presso i festival nordeuropei (tra cui Le Guess Who?), organizza una delle tre giornate del festival, andando spesso a pescare tra vecchie glorie o proponendo set speciali, come accaduto quest’anno con John Dyer Baizley, che si è presentato al festival con i suoi Baroness da curatore ed ha deciso di “ripescare”, tra gli altri, vecchie glorie dell’hardcore come gli Integrity, oltre ad esibirsi in una sorta di super-cover band con i suoi compagni di band e Scott Kelly dei Neurosis, denominata per l’occasione Razors in the Night, che suonava per una “one night only” grandi pezzi del punk e dell’hardcore anni ’70 /’80.

Tra i ripescaggi storici di quest’anno (a dirla tutta ben più sottotono rispetto a quelli degli anni precedenti) c’è anche quello dei redivivi Coven, un gruppo originario di San Francisco da molti considerato come il capostipite del rock di stampo luciferino, per molti, ispiratori dei Black Sabbath (con i quali hanno affinità quasi spaventose), e che muoveva i primi passi nella cosiddetta summer of love, pur cantando di cripte e riti poco ortodossi: il termine utilizzato qui sopra per descriverli non è casuale, dato che la loro esibizione vede una Jinx Dawson gorgheggiare a fatica (pur sfoderando ammiccanti mosse da pantera, ed un aspetto tutto sommato ancora piuttosto presentabile) i testi oscuri e cupi della band, un po’ fuori tiro e grottescamente accompagnata da una scenografia a dir poco fantozziana, stile “Fracchia contro Dracula”. Va un po’ meglio per l’ultima tra le migliaia di milioni di incarnazioni dello storico gruppo d’avanguardia Gong (la prima dopo la scomparsa nel 2015 del guru e deus ex Daevid Allen), autore di una performance intensa, stralunata, acida e magnetica oltre ogni possibilità, e per i “riformati” (ma solo sporadicamente) Warning, colossi del doom che hanno suonato il loro classico Watching from a Distance.

Un’altra tradizione del Roadburn – anch’essa in realtà diffusa a macchia tra vari festival a giro per il mondo (e ormai ricondotta a stratagemma da alcune band per tornare a proporsi in tour) – vuole infatti che gruppi più o meno storici si esibiscano nella riproposizione completa di un loro album significativo: quest’anno è toccato, tra gli altri, ai Bongzilla (hanno chiuso la serata del giovedì sul palco principale) che hanno suonato per intero il loro Gateway, e i Magma (già al Roadburn nel 2013, “scelti” in quel caso dal curatore di quell’edizione, Mikael Akerfeldt degli Opeth), che hanno stregato il pubblico sul main stage dello 013, tra fughe free-jazz e contrappunti vocali simili a canti gregoriani, nella riproposizione della loro opus magnum, Mekanik Destruktiw Commandoh. Talvolta, alcune band si esibiscono due volte nell’arco di tutto il weekend: quest’anno la cosiddetta “residence band” (o “artist in residence”), ovvero i mancuniani Gnod (recensiti qui con il loro ottimo Just say no), si è esibita addirittura in tutti e quattro i giorni, proponendo un classico set, una jam “on stage” con i Radar Men From the Moon (altro materiale più da psych fest che da RB, ma il pubblico non si è affatto lamentato) denominata Temple of BBV, ed un paio di set elettronici caratterizzati da droni e vibrazioni ostiche, che ha incuriosito il pubblico e ne ha pure polarizzato l’opinione a riguardo – ma ecco, per quanto certe sonorità siano difficilmente accostabili al macrocosmo del metallo, il pubblico del Roadburn si è sempre dimostrato aperto, a tratti avido di nuovi contenuti sonori.

Se da un lato si lascia compiacere dalle solite e sane ruvidezze – tra dei Whores (figli degli Helmet e di certi Melvins) fin troppo rumorosi persino per una gremitissima Green Room (ben dotata acusticamente, come del resto tutti gli altri palchi, e che ha anche ospitato un’intensissima, come sempre, esibizione dei nostrani Zu), degli Amenra monolitici, con i loro muri di suono a tratti spiazzanti e spaventosi, dei Bongzilla spietati e psicotropi – dall’altro è ammaliato dalle nuove diavolerie, e da proposte disparate: le file fuori dal Patronaat per Perturbator (oscuro soggetto parigino con un passato in progetti black metal, adesso dedito ad una sorta di elettronica contaminata dalla techno music e da Carpenter e imbevuta in un immaginario 80s) e Zeal & Ardor (che mescola soul nero, blues, black metal, gli spirituals e lo zolfo, il sacro e il profano, con una disinvoltura ed un talento abbacinanti) sono la cartina al tornasole di un’edizione quantomai tesa verso un’apertura importante a nuove vibrazioni – vorrei citare di nuovo gli Ulver che, nonostante un significativo passato trascorso tra le file del black (ma si parla ormai di più di vent’anni fa), hanno risalito il fiume tra contaminazioni ed esperimenti, arrivando ad un tredicesimo album, The Assassination of Julius Cesar (recensito dal buon Roncoroni), che mescola IDM, pop e new wave, e riproponendone alcune parti durante il loro mesmerizzante set al limite del tribale, coadiuvato da un notevole gioco di luci e da proiezioni ad arte (l’aspetto “visivo” di molti dei concerti tenutisi tra i due palchi principali è sempre stato qualitativamente molto alto).

Un po’ sottotono invece l’esibizione del nuovo progetto di Dylan Carlson degli Earth, in tour con lo sperimentatore noise-elettronico The Bug: lo spettacolo è intenso e giocato sulle solite dinamiche sonore, tra basse frequenze, bizze power-electro al limite dell’esasperazione e immaginari urbani post-apocalittici, ma rasenta la staticità e sicuramente l’orario non aiuta (i due sono saliti sul palco alle tre del pomeriggio); l’album che è nato da questa collaborazione, Concrete Desert, è comunque una bombetta e merita di essere ascoltato nella quiete del vostro salotto o della vostra camera (recensione di Bridda a tal proposito). Tra le nuove scoperte segnalo Author & Punisher (almeno a livello personale, dato che il progetto è in attività sin dall’ormai lontano 2005), one-man band di stampo industrial; siamo dalle parti dei Godflesh, l’impatto sonoro è simile e le atmosfere sono opprimenti e cupe, ma come detto ci sono solo un paio di mani (quelle del californiano Tristan Shone) a manovrare una sorta di macchina della tortura sonora, un mostro di Frankenstein assemblato con tastiere e synth vari, vocoder, microfoni assurdi e una “drum machine” (se così possiamo chiamarla) poco convenzionale; troppo difficile da spiegare a parole, ma l’effetto che dà è quello di uno scienziato pazzo che urla come un dannato alle prese con una biomacchina feroce. Molto, molto cronenberghiano, decisamente straniante.

Menzione speciale per i californiani Deafheaven, (probabilmente?) la band metal più chiacchierata e discussa da un lustro a questa parte, in bilico tra mero modaiolismo e pura ambizione, poiché tacciati da molti metalhead di “falso spirito”(è una cosa difficile da comprendere, ma certe dinamiche si manifestano ancora), e quindi preceduti da una strana aura di scetticismo, anche presso un pubblico preparato e disposto alle innovazioni come quello del Roadburn; pubblico puntualmente stupito (suona brutto “zittito”, ma più o meno è andata così) da una performance trascinante, catartica, in continua ascesi: il gruppo snocciola il proprio repertorio di lunghe suite psichedeliche in cui flirtano, in una love story piuttosto controversa, shoegaze e black metal, trainato dall’enorme e dinamica presenza scenica del frontman George Clarke – e trainando a sua volta un intero filone di black metal “contaminato” (preferirei dire evoluto) che si è conquistato buona parte del bill festivaliero, con buona pace dei puristi: gli Oathbreaker dal Belgio, autori anch’essi di una performance intensa e d’impatto – anche grazie alla talentuosissima vocalist Caro Tenghe, ammantata da un saio di velluto, come una madonna nera, che offre un range emotivo ed interpretativo notevole per una performer che ha poco meno di un decennio di carriera alle sue spalle; il trio Aluk Todolo, dalla Francia, che suonano in una Green Room al solito stracolma fino all’inverosimile, e ci smarriscono in un vortice frenetico fatto di controtempi, ritmi a rotta di collo, in un’unica lunga jam che non si ferma mai (in studio sono praticamente uguali, difatti vi consiglio caldamente l’ascolto del loro doppio album Occult Rock, uscito nel 2012); i transalpini sono tremendamente talentuosi, e riescono a straniarti, a lanciarti a chilometri di distanza con il cervello, a portare l’intensità su un altro livello – tanto che alcuni passaggi fanno più pensare ai Can o a dei Neu! “metallizzati” che al vero e proprio sound scandinavo, mettendo sul piatto un’attitudine pseudo-jazzistica ed una verve improvvisativa tutt’altro che scontate, e che riportano la mente e l’orecchio, a tratti, al Miles Davis elettrico. Tra l’altro il loro set è caratterizzato dall’assenza di luci sul palco, eccezion fatta per una lampadina che oscilla tra il pubblico e la band scandendo il ritmo dei brani: l’unico caso per tutta la durata del festival in cui il pubblico muoveva la testa da destra verso sinistra e viceversa, invece che dall’altro verso il basso.

Poi ci sono i finlandesi Oranssi Pazuzu, forse i migliori sul palco grande del sabato, accolti da un pubblico gremitissimo: suonarono anche l’anno scorso, ma in un Patronaat stracolmo, e che di conseguenza ha lasciato un sacco di persone all’uscio della porta; proprio per questo gli Oranssi sono uno dei principali motivi per cui molti spettatori sono tornati a Tilburg anche quest’anno. Loro non si smentiscono, e ci regalano una performance davvero notevole, anche grazie al peculiare e saporitissimo crogiuolo di stili e vibrazioni che propongono: ipnotici, fautori di sonorità che vivono nella Transilvania gelida e rabbiosa dei Darkthrone, ma che fissano dentro all’ipnotico giocattolo pinkfloydiano, perdendosi tra gli ampi corridoi e gli ingranaggi del caleidoscopico A Saucerful of Secret; una commistione di generi, a leggerla così, piuttosto improbabile anch’essa, ma assolutamente efficace, ed a tratti pure genuinamente inquietante, che fa scaturire il brivido. A fare da contraltare, e per concludere, la performance monumentale dei Wolves in the Throne Room, (che sono stati in realtà il primo e vero highlight della rassegna), provenienti dalle pendici dei monti Cascade nello stato di Washington, e vero e proprio stato dell’arte, secondo molti, del black metal globale; viene da ridere a pensarci, ma gente come questa, più o meno una quindicina d’anni fa, veniva trattata con poco riguardo da colleghi ed ascoltatori scandinavi, fin troppo convinti di essere gli unici portatori di luce all’interno del genere.

Da queste esperienze si comprende come e quanto sia possibile sovvertire l’ordine delle cose, convincere un pubblico senza alcun tipo di strumento persuasivo o mossa commerciale, se non la passione e la mostruosa abnegazione donata al servizio di una delle realtà più efficienti e godibili tra i festival europei: forse, il vostro gusto non vi porterà dalle parti di Tilburg, se non siete cresciuti battendo la testa sulle mensole di casa a suon di air guitar ed una collezione di dischi da siderurgia, se non vi siete fatti cucire da vostra nonna o vostra madre la toppa della band del cuore sulla giacca, ma la vostra curiosità sì, probabilmente vi condurrà in quella piccola cittadina piena di cattedrali e gente felice con i diavoli e i dragoni sulle magliette.

Seppur in un anno carente dal punto di vista delle proposte più tradizionali ed affini allo spirito della rassegna, il Roadburn Festival ha saputo cavare il ragno dal buco con maestria, decidendo di optare per una proposta trasversale che ha stupito e convinto tutti – anche molti tra quei decani che si salutano ogni anno come se si conoscessero da una vita: speriamo che questa decisione porti ad un’ulteriore “trasversalizzazione” di un festival già di per sé eccezionale.

15 maggio 2017
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