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  • ott
    01
    2010

Album

Domino

Sin dall’inizio l’uomo di Canterbury ci ha abituato all’anticonvenzionalità. Benissimo, giacché un mondo senza Rock Bottom o i Soft Machine è duro da immaginare e sarebbe in ogni caso più banale. Mente pronta allo scambio e ad adattarsi, lo trovi a fianco di Cristina Donà e di musicisti africani, intendo a sfumare surrealismi e indignarsi con un’invettiva. Oggi eccolo a ricordarci la sua passione per gli standard jazz in compagnia di Gilad Atzmon (sassofonista abile e misurato già in Cuckooland e Comicopera) e Ros Stephen agi archi. Sfrondate da ogni calligrafismo e ridotte all’osso di grana vocale, fiati e quartetto d’archi (con gli occasionali piano e ritmica in punta di dita), le celeberrime Lush Life e In A Sentimental Mood, una fischiettata Round Midnight e lo struggimento di What A Wonderful World perdono la banalità accumulata negli anni aprendosi a quella inconfondibile voce.

Che potrebbe cavar poesia anche dal menu di un ristorante, dunque figuratevi se alle prese con brani dal cuore melanconico e mai nostalgico per gli inusuali arrangiamenti cui sono sottoposte. Trattasi di autentiche interpretazioni, insomma, come allorquando Robert torna sulla sua meraviglia Maryan o ripesca At Last I Am Free - degli Chic, già riletta negli ’80 – con esito coerente all’atmosfera. Organica e piacevolissima, spezzata soltanto dall’inutile etno-rap Where Are They Now, comunque redento da quanto sopra, dall’accorata Lullaby For Irena e dall’autografa title-track. Divertissement d’autore esteso a chi ascolta: rarità che con Wyatt diviene norma.

14 ottobre 2010
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