• dic
    25
    2016

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«RT & J, we the new PB & J, we dropped a classic today». La consapevolezza definitiva dei propri mezzi, smaltito il relativo effetto sorpresa dei primi due capitoli, è il primo grande caposaldo di questa terza puntata RTJ. Se stilisticamente non si segnalano particolari novità rispetto agli episodi precedenti, la sensazione è che proprio da un punto di vista dell’approccio – e dell’urgenza – questa sia la conclusione più matura e definitiva possibile di una trilogia che ha indissolubilmente segnato gli anni ’10 nel mondo HH e non solo. El-P, al solito coadiuvato da Little Shalimar e Wilder Zoby, si muove in sede di produzione tra i consueti (e qualitativamente eccellenti) synth distopici e filo-carpenteriani, i granitici bassi cingolati e la cicciosità southern piegata alle 808 pitchate a più non posso, per una (non inedita ma) sempre affascinante ibridazione futuristica tutta East Coast.

Lo stile, gli espedienti, le tecniche e l’universo narrativo sono poi RTJ al 100%. Ritornano temi noti, e puntualmente ripresi, come il fumare erba – e il parallelo rifiuto delle altre droghe “sintetiche” – come esperienza mistica e religiosa («now I smoke pounds of the kush, Holy, I’m burnin a bush»): un leitmotiv nelle rime di Killer Mike (vedi Untitled), che molto spesso si spende contro la war on drugs (Panther Like a Panther è qui il pezzo più esemplificativo). I riferimenti e le citazioni, al solito fiorentissime e post-moderne il giusto, sono variegate all’inverosimile e spesso di registro alto se non altissimo: giusto per amore di elencazione e per dare un’approssimativa idea della mole di spunti, abbiamo il Dottor Stranamore, Il Padrino, Con Air, Kill Bill, Ritorno al Futuro, Il Mago di Oz, Sun-Tzu, Star Trek, Il Signore degli Anelli, Il Fantasma dell’Opera, Chicago, Il Mercante di Venezia, La Divina Commedia, l’allegoria della caverna di Platone, Halloween (il cui tema è citato espressamente nel chorus di Panther Like a Panthe), Willy Wonka, e potremmo proseguire ancora per un bel po’.

Come il nostro Bridda segnalava nella sua recensione del secondo capitolo, sempre più Mike ed El-P sembrano i Walter White & Jesse Pinkman dell’HH. La dimensione da outsider ormai artisticamente intoccabili, eroi del (e dal) popolo colti ma ancora saldamente ancorati ad una dimensione stradaiola e underground – con il senso molto relativo che questa parola può continuare ad avere oggi – assicura al duo una patina tanto autentica quanto inevitabilmente cool, frutto sia di un incredibile successo di (web)marketing, sia di una vittoria sul piano prettamente artistico, fatti che si traducono in genuinità e bontà che forse nessun altro act contemporaneo può vantare. Ecco allora che la raffinata promiscuità di citazioni culturalmente “alt(r)e” è costantemente bilanciata da dettagli di brutale crudezza e volgare squallore: l’eiaculazione è resa con un nudo «I’ll spill a pound of my kids on your couch», poi arrivano Bill Cosby, le nuove tecniche di approccio su Tinder, il dick-in-a-box, l’affascinante tecnica del crop dusting (in slang, emettere flatulenze mentre si cammina), in un’infinita alternanza di squallido e sublime che si accompagna anche a frequenti ossequi alla tradizione (l’iconico Can I kick it? degli A Tribe Called Quest). It’s Kumbaya bitch!

Su tutto il «domain eminent, we the pre-eminant», ovvero la consapevolezza e l’orgoglio di essere, come abbiamo già detto, un oggetto fondamentalmente unico e alieno nel panorama contemporaneo: la visione socialista di Killer Mike (che non a caso è un grande sostenitore di Bernie Sanders, ma ci torneremo) è quindi declinata in una distribuzione paritaria che vede dischi trasversalmente e unanimemente incensati dalla critica rilasciati for free: siamo nel welfare musicale, tanto più importante perché qualitativamente eccelso. Fin qui, sostanzialmente, poco o nulla di nuovo. Il rischio che RTJ3 poteva correre era di risolversi esattamente nel terzo capitolo che ti saresti aspettato dal tandem delle meraviglie. Quello che invece gli consente di compiere il proverbiale passo in avanti, non solo attestandosi sul livello qualitativo degli altri due ma superandoli (e non è poco), è una decisa estremizzazione del portato politico della ragione sociale RTJ. Un aspetto che certo non è mai stato laterale nella proposta dei due, ma mai come in questa terza release risulta centrale, caratterizzante, urgente e definitivo. Escamotage rimici di folgorante immediatezza e semplicità ora contro al potere («Piss on power, golden shower»), ora contro la vacuità di una telecomandata vita borghese («get a job, get a house, get a coffin») sono solo il minimale e raffinato antipasto ad un ardore che da intelligentemente sovversivo si spinge qui fino a diventare apertamente rivoluzionario.

Un approdo finale probabilmente accelerato dalla vittoria di Trump, sulla cui scia era stata composta 2100, che assume ulteriore importanza se contestualizzata nell’impegno di Killer Mike nell’appoggiare Bernie Sanders alle scorse elezioni per la corsa alla Casa Bianca (con tutto il corollario di polemiche che sono seguite all’inevitabile sconfitta del politico stra-amato dai newyorchesi e al per nulla scontato rifiuto di sostenere Hillary – definita guerrafondaia e non qualificata – ovvero il cosiddetto #UterusGate, qui ricordato nella conclusiva A Report to the Shareholders/Kill Your Masters). Ma il principale bersaglio delle invettive della coppia sono i soprusi delle forze di polizia sulle black people, un tema su cui soprattutto ancora Killer Mike si è speso spesso e con decisione. Così in Don’t Get Captured, El-P adotta il punto di vista di un ufficiale corrotto e sadico («Is that a blunt? Oh well, helle so’s this boot. We live to hear you say “please don’t shoot”»), mentre nella successiva Thieves Mike dialoga con il fantasma di una delle vittime dei soprusi delle forze dell’ordine. È questa la distopica realtà contemporanea con cui si trovano a confrontarsi i due, che all’incitamento di rivolta – il mantra «kill your masters», costante in tutto il disco – accompagnano la loro attiva militanza attraverso la musica. Così mentre una nuova Guerra si profila sempre più nitida all’orizzonte, il loro awareness raising prosegue imperterrito: «coming soon on a new world tour, probably play the score for the World War».

Doveroso infine spendere qualche parola riguardo ai due featuring principali – oltre a Tunde Adebimpe dei TV on the Radio in Thieves e al cameo di Zach De La Rocha che ritorna nella traccia finale dando un ideale seguito a Close Your Eyes (And Count to Fuck): innanzitutto Danny Brown, assoluto protagonista nella coda di Hey Kids (Bumaye), che è al solito devastante nella sua clownesca psicosi, confermando una tecnica che ad oggi ha pochi eguali (vedi rime multi-sillabiche come l’esaltante ingresso «world architect, when I arch the tech, I’ll part ya neck»). La continua dicotomia infimo/sublime di cui già abbiamo detto, viene qui ulteriormente estremizzata con esiti quasi dekadent («my words infect like insects havin’ incest […], I’m sensei, you bouquet, you menstruate, that’s pussy all on your template […], get pearl tongue [in slang, il sesso orale, ndSA] like every day – probabilmente un riferimento al famoso “incidente” sul palco del 2013, ndSA – […] My self-esteem on king, got head so big, no crown can fit me»). Infine in Thursday in the Danger Room compare il sax di Kamasi Washington, che torna in un grande disco hip hop dopo la collaborazione con Kendrick Lamar, e anche rimanendo abbastanza sullo sfondo riesce a regalare una raffinata sfumatura jazzy al pezzo più introspettivo in scaletta.

Tre centri pienissimi e un’ombra bella lunga gettata su questi anni con cui bisognerà necessariamente tornare a confrontarsi. Speriamo che non sia finita qui.

7 gennaio 2017
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