Live Report

Ryoji Ikeda torna al Teatro Della Pergola, il teatro storico di Firenze, cinque anni dopo Datamatics 2.0, il concerto performance sold-out nel 2010. L’artista giapponese rimane un punto di riferimento insieme all’amico Alva Noto e all’austriaco Christian Fennesz nella ricerca tra musica elettronica e arti visive. Questa sera presenta il suo ultimo lavoro Supercodex, il capitolo finale di una trilogia uscita per Raster Norton cominciata nel 2005 con Dataplex e proseguita nel 2008 con Test Pattern.

Dopo una breve introduzione le luci che illuminano il palco si spengono e fa il suo ingresso Ikeda. Austero, schivo, il suo abbigliamento totalmente nero fa valere la sua presenza e ne sottolinea la personalità. Il grande schermo alle sue spalle si accende, inizia lo spettacolo. Suggestioni meccaniche futuristiche, elaborazioni di suoni e immagini, tra immagini e suoni. Algoritmi audio processati al computer si trasformano in grigioscuri pattern, scomposti e proiettati sul mega schermo. Percezioni di fonti astratte, sonorità elettroniche distorte.

Il pubblico in sala è ammutolito, assorto, quasi rapito da questo viaggio multisensoriale. Il suono sembra dare impulso ed energia alle immagini, per poi comandarne i movimenti. Un universo geometrico generato al computer, dove le forme si piegano, si fondono e si contorcono come in un vortice. Il Teatro della Pergola si trasforma, grazie alla perfetta sincronia tra proiezioni e suoni, in una sorta di astronave spaziale, immersa in un universo di sonorità techno e distorsioni glitch. Ambientazioni oscure di un ipotetico futuro dominato dal grigioscuro e dal nero. Puro, freddo, acido, matematico, che ricorda un po’ il futuro distopico di The Zero Theorem, il film di Terry Gilliam. Una successione sonora e visuale fatta di sovrapposizioni di melodie elementari.

Algoritmi video e universi binari abilmente manipolati, dove l’elettronica stessa sembra trasformarsi ed assumere verso la fine un connotato più caldo e umano, tradendo in parte la natura oscura dei suoi stessi suoni. Come se una luce bianca e luminosa si elevasse piano piano sopra un monocromo nero. Un’alterazione della struttura dello spazio visivo che si manifesta in modo alterato e discontinuo. Poi il contrasto si autocorregge in modo artificiale. Il grande schermo si sfoca e alla fine si spegne del tutto facendo ripiombare la sala nel buio più totale tra gli applausi entusiastici dei presenti.

13 maggio 2015
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