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    20
    2016

Album

Mia Cameretta

La scelta dei Santamuerte di uscire allo scoperto gli ultimi giorni di dicembre sa di bilancio consuntivo sul percorso fin qui intrapreso. Giunti alle battute finali dell’anno, infatti, sarebbe stato normale attendersi poche sorprese. E invece riesce a sorprendere la musica di frontiera dell’atipico power-trio italico, bravo nel mescolare atmosfere da spaghetti western, garage rock, pulsioni tanguere ed una buona dose di noise nei circa trenta minuti di questo loro primo full-length Big Black Sister.

Schizofrenie e distorsioni servite su varietà timbriche sempre cangianti. Punti di fuga ampi che relegano il disco in una dimensione di tarantiniana cinematografia (Back To Mexico) strizzando l’occhio ad una ricercata forma di revivalismo 60’s – un ibrido dove s’incontrano la surf music dei Surfaris e il fragore degli MC5 – che spinge il disco verso orizzonti desertici disegnati da riff e coraggiosi assoli. Sonorità per un Clint Eastwood dal grilletto facile (We Cook The Snakes Tonight), ma anche atmosfere salmodiate da «viaggio al termine della notte», tese come un frontale con Hugo Race (Pigeons). Due tronconi per un album che non sempre riesce a trovare il giusto equilibrio tra le policromie: la frontera (Age of Sorrow) ma anche cavalloni di garage rock rozzo e cattivo che scaraventano nel calderone di Big Black Sister la ferocia dei The Stooges (On My Knees) e l’animosità della JSBE (Beautiful Last Dream), facendoli cortocircuitare.

Una prova degna di nota che fornisce ulteriori indizi su un’intera scena che lavora nel sottobosco italico e in grado di scalciare e squassare.

30 dicembre 2016
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