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Album

Hanno condiviso un ottimo split su nastro edito dalla benemerita Old Bicycle Records nella sua altrettanto meritoria serie denominata Tape Crash. Ma non è questo il motivo per cui li “accoppiamo” in questa recensione: Silent Carnival, il progetto in solo di Marco Giambrone (già Nazarin e Marlowe), e gli Sneers di Maria Greta Pizza (voce, chitarra) e Leonardo Oreste Stefenelli (batteria) condividono anche una certa attrazione per l’oscurità, per la dimensione onirico-immaginifica e per le strutture latamente “rock” rivisitate di volta in volta attraverso mood, sensazioni, input tra i più diversi.

In Drowning At Low Tide, ottimo comeback dopo l’altrettanto ottimo esordio omonimo in solitaria, Giambrone si avvale della collaborazione di Alfonso De Marco (percussioni) e Caterina Fede (organo/synth) – che lo accompagnano anche nei live di supporto al disco – oltre che dei featuring di artisti quali Carla Bozulich (alla voce in Flood), John Eichenseer (viola in Sick), Matteo Uggeri (field recordings e sega riprodotta in Downfall), Andrea Serrapiglio (violoncello in Last Dream Of A Tree) e Carlo Natoli (voce in Holy Flames), per tratteggiare un album oscuro ma centrato intorno a una forma canzone che riprende e richiama un range ampio di influenze e rimandi. Black Heart Procession e Low sono i primi nomi che vengono in mente, più che per le affinità strettamente musicali, per le corrispondenze “esistenziali” e le ugge d’insieme, ma il perimetro entro cui il terzetto si muove è molto più ampio e fascinoso, e tira in ballo forme personali di folk atipico, quasi apocalittico si direbbe, seppur privo di evidenti sovrastrutture “politiche”, cantautorato intimista elaborato su strutture sognanti e ricercate, variazioni umbratili su forme mobili di rock notturno ed esistenziale e gusto mai negato per una musica “in nero”, trasversale ai generi e priva di confini autoimposti. Roba ibrida, come quando in Holy Flames sembra di percepire echi doorsiani a 78 giri, codeinici, polverosi e sfocati o, altrove, di assistere a una visione cantautoriale “aliena”, alla Richard Youngs, ovvero tutta riverberi, delay, ritorni su se stessa; capace di infilare struggenti melodie wavish e twang da desert-blues senza suonare artefatta o forzata; in grado di spaccare il cuore con una ballad devastante come Downfall o con un ciondolare ad alta gradazione oppiacea come Drifting. Poetico ed etereo, questo è uno dei migliori lavori usciti in Italia quest’anno, indubbiamente. (7.5/10)

Più terreni e carnali, viscerali per certi versi, i due Sneers, che se ne tornano con un lavoro, With Flames Like Hope To Mortals Given, che riprende, amplia e amplifica le sensazioni che ci aveva lasciato l’ottimo esordio For Our Soul-Uplifting Lights To Shine As Fires. Rituali e abrasivi, i due Sneers sembrano una anomalia nel sistema “indipendente” italiano, muovendosi su sonorità e creando atmosfere che sono più americane che europee, oltre che fortemente umbratili: una sorta di dark-wave poetica e struggente, minimale e ossessiva, sempre in mid-tempo e quasi (auto)castrata nell’evitare con cura esplosioni, rimanendo sempre sul crinale dell’implosione, del non-detto, del trattenimento (a stento eh, sia chiaro). Una rabbia “rock” che lega, con un segno più o meno evidente, i più volte citati primi Sonic Youth (altezza Death Valley 69, per esser chiari: stesso atroce struggimento, stessa violenza intrinseca) ai nostri Father Murphy (la ritualità oscura e malefica di certi passaggi), i Pain Teens di Stimulation Festival (la melodia al servizio del rumore, e viceversa: ovvero, un tutù e gli anfibi militari) alle ultime cose della Bozulich, senza nascondere più di un rimando, ideologico prima ancora che strettamente sonoro, alla no-wave newyorchese. Poesia e disidratazione, melodia e incancrenimento, canzoni e furore: un disco che è puro gotico americano, sospeso in un mondo oscuro, violento, depravato, ossianico, cantato dai Velvet Underground e suonato dai migliori e più deviati eroi del (nostro) sottobosco. (7.3/10)

14 dicembre 2016
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