• mar
    10
    2017

Album

City Slang

Sembra essere un tipo abbastanza inafferabile e sfuggente il buon Joel Wästberg, svedese piuttosto difficile da incasellare con precisione in qualche recinto pre-confezionato. Gira con un capello un po’ imbarazzante e si veste da monarca inglese (In the Midst), flirta tanto con l’hip hop ma canta ammiccando all’indie psych, e infine firma per City Slang: la label di Berlino è uno dei fari per quanto riguarda una certa elettronica da cameretta ballabile e a tinte pastello, indie ma ripulita, tant’è che vanta in roster nomi come Caribou e The Notwist, ma da queste parti sono passati anche Arcade Fire e Calexico.

Digging a Tunnel – il suo album di esordio a nome sir Was – è un piccolo gioiellino perso in un mondo tutto suo, e tra le cose più belle ascoltate quest’anno. Già la cover prosegue sul versante dell’indecifrabilità di cui abbiamo detto, con un quadretto abbastanza surreale che lo vede a sciallarsela by night su un divano in spiaggia fissato da un fenicottero. La cosa bella è che la musica risulta semplicemente la soundtrack perfetta per accompagnare un momento così, quindi ricordatevi di spenderla quando vi capiterà. La voce, che si muove quasi costantemente su un registro alt(icci)o, arriva dritta dritta dall’indie psych bianco di nome, come Woods o King Gizzard, ma anche Animal Collective & Panda Bear; quindi lisergia malinconicamente surf, tra falsettti e spettri di coretti.

L’hip hop, dicevamo, è poi l’altra componente fondamentale. Tra le sue influenze Joel cità D’Angelo ma soprattutto Dilla, e la cosa ci sta tutta. Il fulcro di (quasi) tutto il viaggio sono infatti beats strictly hip hop, con una patina old-school ruvida e genuina il giusto, come nella title track (un florilegio di clapping), la spassosa strumentale Bomping, Revoke, Interconnected, Leave It Here, la crepuscolare e conclusiva Sunset Sunrises, ma soprattutto Falcon. Oltre ad occasionali rarefazioni r&b (Heaven Is Here) e alla consueta – ma qui ben utilizzata – paccottiglia retro-lover di 808’s che fa capolino spesso e volentieri, a variegare la miscela con un certo gusto weird e cazzone arrivano poi un po’ di campionamenti apparentemente ad cazzum, tipo delle cornamuse in A Minor Life (ma ci viene in aiuto il video).

Nella sua apparente sconclusionatezza schizoide, questa prima prova ha una sua quadratura dolcemente freak che risolve l’affastellamento cumulativo (e fondamentalmente minchione dei suoi riferimenti) non in un pasticciato pastiche, ma in una precisa compiutezza di teneri bozzetti ad acquerello che (in)cantano e convincono. Bravo.

19 marzo 2017
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