• gen
    01
    1998

Classic

Capitol

A onor di traduzione Sparklehorse significa “cavallo scintillante”, o giù di lì. Buffo, certo. Mai però quanto il titolo del loro stupendo esordio: Vivadixiesubmarinetransmissionplot. Album balordo e intenso, ispirato e disperato, vissuto sul filo di una poetica aliena e antica, costantemente sull’orlo del collasso emotivo. In pratica il disco che farebbe un Neil Young giovane alle prese col caos sintetico di fine millennio. Poi, anno 1996, Mark Linkous – in pratica gli Sparklehorse sono lui – pensò di concedersi una dieta di farmaci tale da schiantarlo dopo un concerto londinese. Seguì una fase di prostrazione fisica e nervosa da annichilire un elefante.

Ne uscì, credo, per abitudine all’impalpabilità, all’essere come vapore tra le cose. Malgrado questo e attraverso questo, arrivò il secondo lavoro Good Morning Spider, sotto al cui incanto palpitano un’angoscia flebile e una debolezza tenace, le canzoni pervase da un senso di malattia quasi fosse l’accordo fondamentale. Cosa altro pensare di fronte a parole come “voglio una nuova faccia proprio ora/ e la voglio cattiva/ voglio un nuovo corpo che sia forte/ sono una mucca macellata”? Oppure: “lei mi coprì con le sue ali/ tenne la mia testa e disse: povera cosa”? Sono contenute in Pig e Sunshine, foga noise punk e rabbia sgangherata nella prima, fiabesco abbandono e rabbia narcotizzata nell’altra, vale a dire i due estremi poetico/stilistici del disco. Entrambe forma e sostanza di un dolore rannicchiato fin nel midollo, annidato nel buio, incastrato nel vivo dell’anima.

E’ una specie di apocalissi intima, una tragedia di piccole cose spezzate per sempre, confessione enigmatica che si consuma ad esempio nel volgere di due canzoni legate da stretta consequenzialità come Cruel Sun (sbocco acidulo di cosmica insofferenza) e All Night Home (valzer-blues immerso in una nebbia oppiacea di fantasmi Pink Floyd). O che si manifesta con la tenera implacabilità di Painbirds, dove un drumming asciutto (è di Scott Minor, l’altra testa pensante del progetto Sparklehorse), un riff indolenzito e una cornetta stritolacuore sembrano trascinare a braccio Linkous mentre accoglie l’arrivo della Depressione (in guisa di uccello, parente in qualche modo del cane dagli occhi neri di Nick Drake). Ma è anche un disco di rinascita, di sorrisi e speranze strappate al malanimo, pur se di esso ancora impregnate: si prenda il pop accattivante di Sick Of Goodbyes (scritta assieme a David Lowery dei Cracker), o la gracile mestizia della cover Hey Joe (l’originale è del genialoide Daniel Johnston, cui Linkous produrrà nel 2003 l’ottimo Fear Yourself). Ed è infine un disco di svolta, perché i sentieri dell’elettronica sono percorsi con un’intensità destinata a segnare sempre di più la cifra espressiva del Nostro (i trepidi ologrammi nel sottofondo di Sunshine, nelle toccanti Box Of Stars 1 e 2, tra i vibrafoni e il piano della struggente Come On In…).

Difficile lasciare fuori qualcosa senza commettere ingiustizia, ma è la regola in casi come questo. Per cui dirò oltre soltanto di Ghost Of His Smile (una pianolina che sembra strappata ad un set di Tim Burton, l’impertinenza malaticcia che osa recitare “l’inferno è un mondo duro per le piccole cose”), di Maria’s Little Elbows (tristissima ballata per chitarre e viola, “a volte senti di avere le braccia vuote in mezzo al mondo”) e di quel suicidio commerciale posto al centro del programma, vale a dire Chaos Of The Galaxy che fagocita nelle sue spire la strepitosa Happy Man, pezzo (treno rock chitarre in resta e drumming serratissimo, hardcore rimasticato wave e lo-fi)che qualcuno darebbe un braccio per avere in repertorio: Linkous invece gli tarpa le ali, come se ne temesse il volo, annebbiandolo in un artificio da radio fuori sintonia. Qualcuno gli fece notare l’eccesso di assurdità, e il Nostro – bontà sua – lo fece uscire “ripulito” come singolo. Meglio così.

Siccome la fisionomia del dolore diventa con gli anni – ahinoi – più chiara, amo Good Morning Spider di un amore che non vuol saperne di appassire. Intanto Mark continua a scrivere canzoni piene di fantasmi, come fiori sulla tomba del futuro. Dagli ultimi segnali – non ci crederete – sembra felice.

1 maggio 2006
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