• mar
    01
    2011

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Interbang Records

Deve essere stata davvero una bella serata, quel 13 agosto 2009 all'Hana-Bi di Ravenna, quando Steve Wynn ed un manipolo di amici/colleghi (il sodale Chris Cacavas all'organo, la violinista Vicki Brown, la batterista nonché compagna Linda Pitman, il bassista Rigo Righetti ed il chitarrista Antonio Gramentieri) misero in piedi un tributo all'incommensurabile Bob Dylan. Mi chiedo: come si può, in pieno ventunesimo secolo, suonare ancora Dylan in maniera tanto convinta e convincente? Una possibile risposta ce la offre lo stesso Wynn nel bel documentario realizzato da Alessandro Quadretti, venti minuti di interviste ai protagonisti del concerto in questione, organizzatori compresi, scaricabile dal sito dell'etichetta grazie ad un codice fornito al momento dell'acquisto.

L'ineffabile Steve, sollecitato a proposito dell'ars musicandi di Sua Bobbità, sostiene che uno dei principali e inossidabili motivi di fascino risiede nella capacità di escogitare testi e melodie con implicazioni molto profonde, per poi suonarle come se non gliene fregasse un cazzo. Con entusiasmo sgarbato, espettornado il cuore con tutti i graffi e la sporcizia del caso. Perché appunto la vita che t'ispira non è cosa – per così dire – edulcorata. Anzi, è una formidabile bastarda, quintali di veleno e immondizia per ogni grammo di bellezza. E questo, più o meno, spiega perché le nove tracce di questo Wynn Plays Dylan suonano tanto vive. Al punto che – rischiando la bestemmia – hai quasi la sensazione di non averle mai sentite accendersi con tale intensità.

Sentitevi la travolgente Gotta Serve Somebody, una Isis satura d'irrequietezza o una deliziosamente infervorata Just Like A Woman. E che dire di quella The Groom's Still Waiting At The Altar – dal controverso Shot Of Love – scudisciata di febbrile acidità contry blues? Alla fine l'episodio meno convincente è la conclusiva Knocking On Heaven's Door, che vede gradito ospite Mr. Robyn Hitchcock nientemeno: difficile evitare il retrogusto didascalico con un pezzo tanto metabolizzato nell'immaginario collettivo, e a poco serve il piglio altrettanto genuino. Peso specifico altissimo in ogni caso per un disco che, mentre ribadisce doverosa devozione per il Bardo di Duluth, sottolinea la grandezza dell'ex sindacalista onirico.

26 marzo 2011
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