• set
    28
    1976

Classic

Motown

Quante volte si è sentito dire di un album doppio che “se fosse stata fatta un po’ più di selezione e fosse stato singolo sarebbe stato il migliore album di sempre”? Vale per il White Album dei Beatles, per Exile On Main Street degli Stones, per Sign O’ The Times di Prince… e vale anche per Songs In The Key Of Life, tanto più che in quest’ultimo caso siamo di fronte a più che un album doppio: alle quattro facciate si aggiunge infatti di default il bonus EP A Something Extra, per un totale di ben ventuno canzoni. Troppa carne al fuoco per il rientro discografico di Stevie Wonder dopo due anni di assenza, passando per crisi esistenziali («mollo tutto e resto in Ghana ad aiutare i bambini disabili») e un contratto faraonico strappato a mamma Motown? Sul fronte del ritorno sull’investimento, ha vinto lui. Pubblicato il 28 settembre 1976, il lavoro debutta direttamente al n.1 di Billboard e lì rimane per tredici settimane, vendendo in un anno 10 milioni di copie e facendo vincere a Stevland Hardaway Morris, in arte Meraviglia, il terzo Grammy per il Miglior Album in quattro anni: opera importante, larger than life, apice di uno slancio creativo forse senza pari negli anni Settanta, saccheggiata dal mondo hip hop e omaggiata da decine e decine di cover, contenente alcune delle canzoni più ascoltate nella storia del pop… Facciamoci un altro giro oggi, a quarant’anni di distanza, e verifichiamo aritmeticamente, track by track, quanto pesa quest’ora e tre quarti di adventures in Wonderland.

La Side One riassume tutti i temi principali toccati dall’ambizioso lavoro: l’amore, Dio, la denuncia sociale, la musica come passione assoluta. Love’s in Need of Love Today non è la prima canzone scritta per l’album, ma è quella che viene scelta per farlo partire nella chiave giusta. Il concetto è semplice (affinché l’amore sia efficace, occorre che sia nutrito: l’amore ha bisogno di amore), il risultato è il primo capolavoro nel capolavoro. Come spesso succede, Stevie fa praticamente tutto da solo (coro gospel, synth e tastiere varie, batteria), con l’unico apporto esterno di Eddie “Bongo” Brown alle congas. Armonie, arrangiamento, mixaggio: tutto miracoloso (9.0). Gli oltre sette minuti di Love’s in Need… si risolvono nel blues armonicamente ingegnoso di Have A Talk With God. Anche qui è tutta farina del sacco di Stevie, tranne le voci di supporto e il testo, firmato insieme al fratello Calvin: un ingenuo ma convinto invito a risolvere i propri problemi parlandone con Dio, «l’unico psichiatra gratuito che il mondo conosca» (7.5). Il testo diretto e crudo di Village Ghetto Land, sulle disastrose condizioni dei suburbs neri («Families buying dog food now / Starvation roams the streets / Babies die before they’re born / Infected by the grief»), scritto da Gary Byrd (autore anche del testo di Black Man), è reso in versione minuetto con l’accompagnamento degli archi sintetici dello Yamaha GX-1, gigantesco, costosissimo e rarissimo (una decina di esemplari prodotti, uno ce l’ha anche Aphex Twin) synth polifonico. Applicazione delle regole brechtiane di straniamento o tentativo naif di nobilitare il tema con arrangiamento classicheggiante? Personalmente propendo per la seconda ipotesi: uno degli episodi meno riusciti e più invecchiati dell’album (6.5). Ma si recupera subito nerbo e verve: ecco Contusion, fulminante pezzo strumentale con la live band di Wonder che spinge a pieno regime in territori funky fusion, con Miles Davis, Mahavishnu Orchestra e Return To Forever come riferimenti evidenti. Assolo fotonico di chitarra di Michael Sembello – sì quello di Maniac di Flashdance – doppiato dal synth, coro pulito dei Wonderlove: impagabile intro (8.5) per la successiva Sir Duke, per la quale si aggiunge un solidissimo quartetto di fiati: secondo singolo tratto dall’album, pubblicato a marzo 1977, omaggio non solo a Duke Ellington (morto nel 1974, nel periodo in cui il disco cominciava a prendere forma) ma anche agli altri «music’s pioneers» Count Basie, Glenn Miller, Louis Armstrong ed Ella Fitzgerald. Tra le canzoni più belle e sorridenti del decennio? Di ogni tempo? Giustamente celeberrima e pressoché perfetta (10).

La perfezione – possibile? – si ripete: la facciata B si apre come si è chiusa la A, con il trascinante groove di I Wish, condotto da una delle linee di basso al Fender Rhodes più forti di sempre (su cui si appoggia il lavoro egregio di Nathan Watts), con Stevie che ci mette del suo anche alla batteria e ai vari layers di Arp 2600. E’ la prima traccia registrata per l’album e il primo singolo proposto: il testo batte sulla nostalgia dell’infanzia e dell’adolescenza (la sorella Renee interviene a sgridarlo: «You nasty boy!»), che i quattro fiati estendono sincopati ai quattro venti. Da urlo (10.0). Per Knocks Me Off My Feet (8.5) Wonder torna in modalità one-man-band: love song costruita ad arte, senza sovradosaggi di zucchero, praticamente impeccabile contraltare e cuscinetto tra la canzone precedente e la successiva. Oggi Pastime Paradise risente del tempo e dell’incatramata data da Coolio con la sua versione Gangsta, ma nel 1976 rappresentava un miracolo di arrangiamento multilivello, tra gli archi dello Yamaha GX-1 (obiettivo: Eleanor Rigby dieci anni dopo), l’indolente ritmo latineggiante, i sonagli e i cori degli hare krishna che si mischiano con quelli gospel (7.5). In mano a Wonder anche un giochino idealmente innocuo sul ciclo delle stagioni come Summer Soft diventa un gioiellino, con esaltanti cambi di tonalità e l’organo di Ronnie Foster a soffiare sul fuoco (8.5). Una sontuosa linea di basso sintetica innerva le due sezioni di Ordinary Pain, la prima soft e westcoastiana con Stevie che prende le parti dell’innamorato scaricato (e dove si può permettere un coro comprendente Minnie Riperton, Syreeta Wright e Deniece Williams) e la seconda superfunky ed east coast, dove un’ottima e appuntita Shirley Brewer risponde per le rime e mette in riga. Due zampate in una sola traccia (9.0).

Ad ogni ascolto niente mi toglie la sensazione che almeno due delle tre canzoni della side C siano state stiracchiate ad arte per arrivare a chiudere la facciata. Per esempio, nel confronto tra la radio edit di tre minuti e venti di Isn’t She Lovely (altro eterno miracolo di ricca semplicità pop) e la versione lunga quasi il doppio contenuta nell’album, con l’ottimo ma autoindulgente assolo di armonica assalito dalle registrazioni casalinghe delle lallazioni della figlia Aisha, della nascita della quale la canzone è celebrazione (P.S. il pianto iniziale è di un altro bambino…), la sintesi vince. Ma all’amore di padre si perdona tutto (7.3). Anche la splendida progressione armonica di Joy Inside My Tears (Prince prende furiosamente appunti) avrebbe forse goduto di una piallata di almeno un minuto, facendo passare la canzone da bellissima a sovrannaturale, ma chi mai avrebbe avuto il coraggio di mettere le mani sul fade out e di tagliare quelle trascinanti improvvisazioni vocali? (7.7) Per Black Man il discorso è diverso: qui la lunghezza (otto minuti e trenta) non pesa, tenuto anche conto che la traccia è composta da due sezioni. Il testo di Gary Byrd, prima cantato da Wonder, poi declamato da vari ospiti in forma domanda-risposta, è didascalico e semplicistico, con intenti nobili ma con effetto finale da United Colors of America (non a caso il 1976 è l’anno del Bicentenario). Ma è una canzone pop, non un pamphlet politico, e ci sta, soprattutto sopra la tesissima base funky ricamata dall’Uomo Meraviglia (pure grandioso batterista, by the way) e punteggiata dai fiati (7.4).

La quarta facciata parte ammiccando. A beneficiare della leggerezza di Ngicuelela – Es Una Historia – I Am Singing, sorridente e furbetta canzone in zulu, spagnolo e inglese (6.5) è soprattutto la successiva, piccola grande If It’s Magic, la cui magistrale costruzione emerge ancora di più per contrasto: bomba-carta di zucchero per voce, arpa (suonata dalla grandissima Dorothy Ashby) e armoniche, sdolcinata quanto si vuole ma irresistibile per chiunque abbia in dotazione un cuore e due orecchie (9.0). Per As valgono le osservazioni fatte per Joy Inside My Tears: chi se la sarebbe sentita di interrompere il flow, tanto più con un ospite del calibro di Herbie Hancock al Fender Rhodes? Però la perfezione della versione del singolo a 45 giri, asciugata e dimezzata, è lì a dimostrare che, forse si sarebbe potuto osare (8.7).  Con Another Star, tra latin e Philly sound (e George Benson alla chitarra), Wonder si fa da solo l’extended play per le discoteche senza chiedere a Tom Moulton e sfida tutti a star fermi e zitti (7.2).

Bravo? Bis! Il bonus EP aggiunge altre quattro canzoni al totale (si dice che per l’album Stevie ne avesse registrate cinquanta): l’enfatica Saturn, scritta con Mike Sembello, contenente un bridge armonicamente brillante ma non in grado di incantare (6.7); la sghemba e divertita Ebony Eyes, con tanto di piano honky-tonk e talkbox (6.7); la sorprendente All Day Sucker, tra Sly Stone e Paul McCartney, con maligno assolo alla chitarra elettrica di W.G. Snuffy Warden (7.4); la strumentale Easy Goin’ Evening (My Mama’s Call), che con i suoi vari layers di armonica, appoggiati sul morbido tappeto del Fender Rhodes e delle spazzole slow swing (e del basso granitico di Nathan Watts, una certezza lungo tutto l’album) lascia un sorriso beato (8.5). Un suono caldo, dinamico e scintillante; una grandissima attenzione alla continuity armonica delle canzoni: a conti fatti, vale la pena tenere tutto il doppio album più bonus, con tutti i suoi sbrodolamenti e le sue imperfezioni, e non buttare via niente. E comunque oggigiorno a farsi la playlist con le migliori dieci tracce e a costruirsi così il miglior album pop-soul singolo di tutti i tempi si fa davvero presto. Grazie Stevie.

26 settembre 2016
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