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    01
    1966

Giant Steps

ESP Disk

Sun Ra come Michael Jackson: un vero mistero e uno dei musicisti più influenti di sempre. Per Wu Ming 1 (Roberto Bui), il maestro della new thing più influente, persino più di Ornette Coleman e di John Coltrane. Forse perché, oltre alla musica, tradotta in una discografia sterminata e disordinata (e pluridecennale, 1956-1993), Herman “Sonny” Blount aveva dalla sua anche un immaginario – immagine e pensiero – assolutamente unico. E ingombrante. Sun Ra è l’epicentro di quello che sarebbe diventato l’afrofuturismo, un’eredità raccolta da George Clinton prima, dalla techno detroitiana poi, per giungere fino alla scena new hip hop anni Duemila.

E’ alla fine degli anni Cinquanta, dopo un apprendistato come arrangiatore e pianista per gente come Fletcher Anderson e Coleman Hawkins, che Sonny comincia a costruirsi una propria mitologia personale e decide di sostituire per sempre la persona col personaggio, diventando Sun Ra e basta: indossando sfarzosi costumi che ammiccano a un antico Egitto filtrato dai kolossal hollywoodiani, ribattezzando l’ensemble che lo accompagna Arkestra (crasi tra orchestra e arca, musica come scialuppa di salvataggio), raccontando di avere affrontato una specie di viaggio extra-corporeo su Saturno grazie al quale avrebbe scoperto di essere un angelo piovuto dal cielo. Difficile capire dove finiscano autopromozione e artisticità visionaria e dove cominci il delirio di una mente sicuramente ipersensiblie: gli psichiatri del penitenziario dove venne rinchiuso per avere disertato il servizio civile lo definirono psicolabile e sessualmente depravato (e Ra dichiarerà sempre di non avere mai avuto un rapporto sessuale in vita sua).

La musica di Sun Ra aveva preso avvio con la swing era, lui cresciuto nel culto della big band di Duke Ellington, e aveva attraversato le più importanti ondate stilistiche del jazz per trovare poi una via personale basata sull’improvvisazione, l’uso insistito delle percussioni e la sperimentazione con tastiere elettriche ed elettroniche (suonate con uno stile che catapulta la lezione di Thelonious Monk, che peraltro avrà modo di esplicitare il proprio apprezzamento per la musica di Ra, nell’universo free/impro). Quale istantanea scegliere allora, tra le tante possibili, per dare un’immagine chiara – e quindi opportunamente ambigua e misteriosa – dell’uomo e della sua phre e space music? Il club elegante di Jazz In Silhouette (1958), non privo di chiare anticipazioni delle eccentricità di là da venire; il camerismo sghembo per tastiere (il clavinet) e percussioni, da una parte, e l’orgia a tratti quasi noise, dall’altra, dell’esotico ed esoterico Atlantis (1969); l’apoteosi afrofuturista del film e del disco blax Space Is The Place (1972; titolo divenuto un vero motto); il flirt fusion col languido funk di Lanquidity (1978); l’incontro/scontro con un altro maestro dell’improvvisazione come John Cage (1986); l’azzeccatissimo remake della psichedelia grottesca de La danza degli elefanti rosa di Dumbo (nell’omaggio alle musiche disneyane coordinato da Hal Willner e intitolato Stay Awake; 1988)? Tanto vale non scegliere affatto e abbandonarsi alla montagna di 28 cd che testimoniano i concerti per il capodanno 1981 al Detroit Jazz Center (2007)?

Vince il buon senso e vince pure ai punti il secondo volume della saga dei Mondi Eliocentrici (secondo album registrato per la ESP Disk di Bernard Stollman). E’ uno dei titoli più rappresentativi del periodo newyorkese di Ra, caratterizzato dall’esplorazione delle possibilità dell’improvvisazione eterodiretta (quella che Butch Morris codificherà come conduction) ed è una delle sue performance in studio migliori (e meglio registrate; si senta di contro l’impasto da bootleg di Atlantis), in compagnia di alcuni dei suoi più fidati accompagnatori (i fiatisti Marshall Allen, John Gilmore, Pat Patrick e il contrabbassista Ronnie Boykins). Sono tre pezzi errabondi che tracciano vie sbilenche a metà tra il free jazz e la musica cameristica-contemporanea, animati dalla dialettica tra i vuoti e i pieni, il discreto e il continuo, coi classici momenti esclusivamente percussivi e quelle tastiere dai suoni bizzarri (qui il clavioline, un proto-sintetizzatore monofonico).

Quella che ne viene fuori è l’immagine più appropriata per descrivere un’estetica in fondo ancora tutta da decifrare: il pezzo conclusivo, un flusso continuo che si fa avanti per blocchi distinti, si chiama Cosmic Chaos. Caos cosmico ma anche caso ordinato e organizzato, un qualcosa di drammatico e giocoso allo stesso tempo. Come la vita e l’arte tutta di Sun Ra. Ed è solo una goccia nel mare. Anzi, un granello di polvere nello spazio.

13 aprile 2010
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Sun Ra

The Heliocentric Worlds of Sun Ra, Volume Two

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