• dic
    04
    2015

Album

Southern Lord

Molti anni fa, Lydia Lunch, una molto avvezza ai rumori non codificati, definì la musica dei nostri Starfuckers come una sorta di “eternal soundcheck”, definizione che i tre presero talmente bene al punto da intitolarci la traccia portante di (Infinitive Sessions). Quel senso di instabilità, di sfilacciamento sonoro poco ha a che fare con i Sunn O))) di Steven O’Malley e Greg Anderson, almeno in apparenza, perché a scavare nelle dilatazioni ferine al limite della stasi che il duo ha distribuito negli anni aggregando intorno a sé un culto veramente invidiabile, si percepisce la stessa sensazione di straniamento, la stessa oblungazione perenne di un momento in via di definizione, seppur posta in modalità “piena” rispetto alla sottrazione del trio italiano.

Ad onor del vero in questo Kannon – album che segue a distanza di ben sei anni il suo predecessore Monoliths & Dimensions e che colma il lungo iato in cui O’Malley si è dato a ristampe e collaborazioni, sia personali (Nazoranai con Haino e Ambarchi) che con la sigla madre (varie ed eventuali, vedi alla voce Terrestrials con gli Ulver, o più che buone, come Soused, l’album con Scott Walker, o The Iron Soul Of Nothing con NWW) e Anderson ha addirittura riesumato i Goatsnake con l’ottimo Black Age Blues – questa sospensione è valida per la lunghissima opener Kannon 1, un crescendo nebbioso e oscuro che, se evidenzia il trademark sonoro della band, lascia anche più di qualche perplessità per le ragioni di cui sopra (eccessiva staticità, zero effetto sorpresa, modus operandi and so on). Il tema portante è ovviamente ripreso nelle due ulteriori suite, a dimostrazione dell’idea di “movimento” che sta alla base del disco – ruotante intorno a tematiche buddhiste, se è vero che il titolo è ripreso dalla gigantesca statua del bodhisattva della compassione Avalokitesvara e la copertina, opera della designer svizzera Angela LaFont Bollinger, è una rivisitazione in chiave astratta della stessa statua – e che stride assai con la staticità oramai classicamente made in Sunn O))). Kannon 2 e Kannon 3 hanno, a differenza del primo movimento, un incedere ascetico e diremmo “chiesastico” che reitera il principio ritualistico del duo (della partita a vario titolo anche i soliti noti Attila Csihar, Oren Ambarchi, Rex Ritter e Steve Moore), evidenziandone l’afflato meditativo e trascendente, senza però mai convincere a fondo. Tra lentezze catacombali, cupezze drone-metal dal peso specifico della morte e growl tirati allo spasimo che lasciano meno attoniti che in passato, probabilmente anche per una oggettiva difficoltà nell’uscire dal pantano di genere (nonostante si sia contribuito a fondarlo, quel genere stesso), Kannon scivola via senza guizzi o momenti memorabili, fatta salva questa aura “spirituale” tuttavia da decrittare completamente e un gusto per la “sintesi” (solo mezz’ora in tutto) che potrebbe segnarne gli sviluppi futuri. Per ora, classico album di transizione, ovvero quella abusata formula che indica la difficoltà nel bocciare il passo falso dei propri “eroi”.

4 dicembre 2015
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