• lug
    17
    2015

Album

Universal, Modular

Ammiro quelli come Kevin Parker, con quel modo che hanno di farti sembrare ogni passaggio della loro maturazione artistica come necessario. Tanto che quasi ci si dimentica che solo due LP fa, i Tame Impala erano un ensemble dedito ad un heavy psych dagli svolazzi prog. Formalismi certo. Ma sta di fatto che gli acquerelli elettronici di Currents sono la necessaria prosecuzione di un percorso che procede in modo lineare e senza scossoni, lasciando ogni volta per strada qualche elemento per arricchirsi di nuovi.

Nel frattempo si avvicina asintoticamente alla forma più compiuta di moderno (psycho) pop, per quello che la parola “moderno” oggi vuol dire. Ovvero una musica che cita un po’ tutto ma nello specifico nulla di preciso. Di certo c’è solo che ha i piedi ben piantati nei 70s e che lo spettro dei riferimenti si è allargato al punto da renderli indistinguibili. Di quanto gli ultimi Daft Punk abbiano facilitato questo slittamento verso un sound più electro oriented si è ampiamente detto, ma qui dentro li sentite solo se li immaginate farsi un acido ascoltando Kraftwerk e 10CC.

Rispetto ai caschi più famosi di Francia, Kevin Parker punta meno sul groove. Certo, Let It Happen ha ritmi più regolari rispetto al passato e The Less I Know Better è dominata da un sudatissimo basso funk disco, ma a meno di remix prodigiosi è difficile immaginarli come dancefloor filler. In compenso l’australiano ha un senso della melodia che i cugini transalpini si sognano. Anzi, da questo punto di vista si prende persino qualche rischio, ad esempio citando i Bee Gees su Yes, I Am Changing o con i melismi soul di Cause I’m a Man che finiscono per suonare credibili solo grazie ad un’inedita dose di ironia.

L’arte di Parker, come musicista e cantautore, resta quella di una trasformazione psichedelica della pop song. Spesso si è chiesto (anche allo stesso artista) se la parola abbia ancora un senso. Ebbene se la psichedelia è quel modo che gli artisti hanno di allentare le trame della realtà per intravedere nuovi scenari possibili, così la musica del Nostro deforma contorni e strutture delle canzoni pop per farsi altro, come un sogno in cui non riesci a riconoscere i volti delle persone che ti sono familiari.

È quello che ci era piaciuto quando abbiamo ascoltato per la prima volta Let it Happen e il suo trasfigurare un brano disco in scenari kraut. O quello che rende pezzi come The Moment e New Person, Same Old Mistakes, con le loro code cinedeliche, la sensibilità retrofuturista e le soluzioni bombastico-rumoriste apprese da Dave Friedman, degli artefatti pop immaginifico uguali solo a se stessi, per cui ogni riferimento ad artisti del passato come Todd Rundgren e Brian Wilson, per quanto qualificanti, lasciano il tempo che trovano.

13 luglio 2015
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