• ott
    27
    2014

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Big Machine

Come può un’artista pop dare vita alla sua svolta pop? Questo è il grande quesito che ha preceduto l’uscita di 1989, il nuovo album di Taylor Swift. L’attesa per il disco era probabilmente molto più sentita dall’industria discografica che dai fan stessi, visto che questo 2014 – statistiche alla mano – non ha ancora visto nessuno vincere l’ambito disco di platino, e il lavoro con le maggiori vendite resta la colonna sonora di Frozen (targata però 2013), trainata dall’onnipresente Happy di Pharrell. Per 1989, che prende il titolo dalla data di nascita della Swift (13 dicembre), era partito già settimane prima dell’uscita un tam tam di specialisti che ipotizzavano vendite da record del disco, superando, tra supporti fisici e digitali, il milione di copie vendute nei primi sette giorni (il diciannovesimo dal 1991, anno di nascita del software di conteggio Nielsen SoundScan). Non solo, sempre per i signori dalla sfera di cristallo, Taylor sarebbe potuta diventare la prima artista a vendere ben tre album oltre il milione nella prima settimana, dopo Speak Now (1.05) e Red (1.21). La Swift ha fatto ancora di più: più di due milioni in poco meno di una settimana.

Torniamo però alla domanda iniziale. Rispondendo in poche parole, potremmo dire semplicemente che la biondina della Pennsylvania è cresciuta, consapevole dei suoi mezzi, della sua attitudine, ma soprattutto cosciente del campo d’azione in cui muovere i passi. Ha capito che era ora di abbandonare quel country-pop adolescenziale che l’ha portata in cima puntando a un trono da anni occupato da Katy Perry. Lecito chiamare quindi Max Martin, produttore dietro Hit Me Baby One More Time di Britney (lei poi che fine ha fatto?), Ryan Benjamin Tedder degli One Republic, il fido Shellback tra tutti. Sullo sfondo di 1989 c’è la Grande Mela, città di arrivo della Nostra dopo la partenza da Nashville, a cui si deve l’ispirazione più grande per la costruzione dell’intera opera. La metropoli non viene vista solo come città a sé stante, ma come idea, un luogo dalle mille occasioni, che può cambiarti per sempre la vita e nel quale puoi essere libero di fare, ed essere, tutto ciò che vuoi.

La traccia di apertura non poteva che chiamarsi Welcome To New York, tutta tastiere e colata di synthpop, che sarà un leit motiv per buona parte del disco. Da segnalare inoltre che la Swift ha deciso, per dimostrare ancor di più l’attaccamento emotivo alla città, di devolvere tutti i guadagni dalla vendita del singolo alle scuole pubbliche di New York. Ci troviamo davanti a tredici potenziali singoli spazza classifiche, che puntano ad una formula di pop radiofonico sviluppata in totale sicurezza. Taylor non ha la fisicità di Rihanna e Lady Gaga, e neanche la voce stratosferica di Adele, e proprio per questo punta a una produzione rotonda e sognante, senza cedere a tentazioni EDM o trap.

Ci si affida quindi a soffici riff di chitarra (I Wish You Would), malinconiche ballate (This Love), e in generale a un synth-dream pop da one-woman-girl-band con qualche – proverbiale aggiungiamo – accento hip hop. L’imperativo è un romanticismo 100% stellestrisce senza eccessivi dolcificanti con un tocco di – vincente – ironia. Già perché dove non arriva con l’arrangiamento, la Taylor di 1989 indovina spesso i testi. Certo, niente di superlativo, ma spesso le trovate semplici sono quelle giuste. Come una novella Lily Allen, la cantante sforna frasi pronte per i social network (“Darling, I’m a nightmare dressed like a daydream”) e scherza sull’immagine di mangia uomini che le è stata ritagliata addosso (“I can make guys good for a weekend” da Blank Spaces) si scrolla cioé di dosso l’immagine di ragazza viziata figlia di papà e acidella che l’ha anche resa facile preda per John Cleese dei Monty Phython (già visto il teatrino sul suo gatto?).

Se vogliamo parlare di tormentoni, Shake It Off fa il suo dovere. Morale banale (“fregatene delle critiche degli altri”) per boogie sbarazzino con efficace fanfarella di ottoni in contrappunto, ritornello killer e tanta ironia. Poco da fare, il pezzo è ben costruito. La fortuna del videoclip (dove la cantante prende nuovamente in giro se stessa e la sua mancanza di grazia nel ballare) – che nel momento in cui scriviamo conta più di 223.800.000 di visualizzazioni – è anche legata alla polemica nata subito dopo la sua pubblicazione che ha visto il rapper Earl Sweatshirt criticarla per aver perpetuato stereotipi razziali (puntando il dito sulle ragazze di colore alle prese con il twerking). Critica terribilmente forzata e banale, soprattutto vedendo pochi giorni dopo cosa è riuscita a creare Nicky Minaj con Anaconda. Se il controcanto di Bad Blood – che in molti vedono come una frecciata a Katy Perry, rea di aver tradito la sua amicizia – piacerà ai fan durante i live, Wildest Dream e I Know Places sono modo furbi di portare le formule delle ultime Lana Del Rey e Beyoncé sul suo piano d’azione. E la conversione, anche con il solito ritornello bacia-stelle, avviene senza sbavature.

Grande importanza per la Swift del resto è il rapporto con la fan base: l’utilizzo dei social è una costante, tanto che la stessa cantante ha selezionato i partecipanti al già citato videoclip di Shake It Off tra i fan. Così i pregiudizi sulla sua musica sono andati di pari passi tanto che pure Imogen Heap, che ha prodotto la citata Clean, ha recentemente dichiarato di aver pensato in passato a Taylor come la classica popstar incapace di scrivere da sola la propria musica.

Taylor Swift, giocando all’interno di una formula abbondantemente nota, seguendo una strada che Red aveva fatto solo tiepidamente intuire, ha dimostrato di sapersi muovere con autorevolezza e passione. Non parliamo di un capolavoro ma da queste parti siamo tanto lontani dalle derive pacchiane di oggi quanto vicini a una possibile istantanea di dream pop mainstream. Signori, piaccia o no, la nuova Katy Perry è arrivata.

3 novembre 2014
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