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Nessuno realizza film come quelli di Terrence Malick. Questo è un fatto. Dal suo esordio nel lontano 1973, con La rabbia giovane – in cui già vi erano i segni premonitori di quello che sarebbe stato in futuro il ben più articolato discorso su natura, umano e divino – il regista texano ha poco per volta distrutto e rimodellato la forma del racconto filmico, non più obbligato a rispettare la canonica formula dei tre atti drammaturgici. Nel 1998, a vent’anni dal suo ultimo film, lo sconvolgimento di quest’ordine irruppe in tutta la sua pomposa e suggestiva magnificenza con l’acclamato La sottile linea rossa, in cui il genere del film di guerra veniva sventrato e sottomesso a un’indagine filosofica e spirituale ben più alta degli standard a cui si era abituati a Hollywood.

Dopo aver affinato questa tecnica nel sottovalutato The New World (2005), Malick si spinse ben oltre il limite che fino ad allora era stato sempre presente nelle sue pellicole, un limite dettato dalla riconoscibilità narrativa, dall’ordine predefinito del linguaggio cinematografico. Il risultato fu The Tree of Life, ispirata enunciazione dell’esperienza dell’esistere, capace di conquistare la Palma d’Oro al Festival di Cannes e buona parte della critica internazionale (ovviamente, non all’unanimità). Quel regista da sempre considerato alla stregua di un’eremita, riservato e contraddistinto da una cura maniacale per il dettaglio degna di J.D. Salinger, divenne improvvisamente prolifico come non lo era mai stato in trent’anni. Pochi mesi dopo il clamoroso successo di The Tree of Life, piomba come un fulmine a ciel sereno To the Wonder, ideale prosecuzione del pensiero filosofico e cinematografico del suo autore, speculare al precedente lungometraggio ma di tutt’altra levatura stilistica. Qualcosa si è spezzato: si ha, infatti, la sensazione che la meraviglia perennemente ricercata da Malick non abbia più alcun effetto sui comuni mortali, sull’essere umano del nuovo millennio.

Ne abbiamo la piena conferma con Knight of Cups, penultima fatica del Nostro, che giunge nelle sale a quasi due anni dalla sua presentazione al Festival Internazionale del Cinema di Berlino 2015 (il suo ultimo lavoro è Voyage of Time, presentato all’ultima Mostra di Venezia e di cui vi parleremo prossimamente). La pellicola rappresenta, come precedentemente anticipato, quel passo successivo verso una forma-pensiero articolata per immagini e suoni, una sostanza in continuo movimento certo, ma è un moto regolare, ellittico mai anarchico e regolato dalle ferree leggi e idee del suo autore/demiurgo. Lontano dal rappresentare un misero tentativo di ribadire concetti già usurati dai precedenti lungometraggi, Knight of Cups stratifica in maniera ancora più profonda i concetti di bellezza, meraviglia, stupore, amore e, infine, di esistenza. Un’esistenza garantita dall’esperienza quotidiana che vediamo filmata in un flusso di coscienza ininterrotto e supportato dalla riconoscibile voice-over. Cercare di comprendere il messaggio del regista è una sfida neanche troppo difficile, perché il vero obiettivo non è quello di comprendere ma di abbandonarsi, di meravigliarsi di fronte a un mondo che ormai lascia indifferenti tutti a tutto. Il personaggio errante protagonista, di cui seguiamo i movimenti per tutto il racconto (anche se è più simile a una discesa negli inferi della nostra mente), è il simulacro in cui riversare l’essenza del nostro tempo: menefreghismo, edonismo, insoddisfazione, inadeguatezza, sconforto, perdita. La felicità, quell’illuminazione concessa dal contatto col divino, è ancora presente; se, però, nei due precedenti lavori l’essere umano riusciva comunque a conquistarne una briciola infinitesimale, sopportando così il peso dell’esistenza terrena, in quest’opera definitiva persino quel contatto è stato contaminato e ridotto alla banale ripetitività.

In tutte le sue ricercate e inevitabili imperfezioni, Knight of Cups è l’emanazione ultima di un pensiero che ha smesso di far decantare il suo ultimatum e accetta la propria sconfitta davanti all’inevitabile disfatta di chi fa orecchie da mercante. Che si tratti di un apparato critico pronto a scambiare magnificenza per spot pubblicitari («sembra un lungo spot per una linea di profumi», «un trailer incomprensibile della durata di 120 minuti», si legge in alcune critiche) o di un cavaliere di coppe alla perenne ricerca del proprio io perduto, dimentico dello splendore di un tempo passato che, se anche dovesse ripresentarsi sotto i suoi occhi, non sarebbe in grado di riconoscere.

12 novembre 2016
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