• set
    01
    2010

Album

Blue Horizon Records

Dici Black Angels e ti vengono in mente gli altri "Black", quelli che proprio in questi giorni pubblicano l'atteso Wilderness Heart. Due collettivi di stonati che, oltre a metà del moniker, condividono un amore incondizionato per la psichedelia dei tardi 60s e le pesanti trame lisergiche post sabbathiane. Significativo che i due gruppi si siano dati appuntamento per un'ideale Battle Of the Bands che i Black Mountain affrontano confidando nella tradizione folk, imbastendo un hard prog pragmatico, grazie al quale riprendono contatto col pianeta Terra.

Dal canto loro gli Angels abbandonano parzialmente i raga circolari del precendente Directions To See A Ghost, ma finiscono per scolpire un suono austero e marziale che sembra indifferente alle pene terrene. Officiano un rito della cui sacralità sono stati custodi gruppi come Jefferson Airplane, The 13th Floor Elevators e Pink Floyd: una celebrazione mistica dell'epopea psichedelica, del suo potere di immaginare paesaggi maestosi e sconvolgenti. Magari non sempre caldi e assolati, ma sempre suggestivi e dannatamente reali.

Bad Vibrations apre il disco, ma si pone idealmente al centro dell'intero album: un'omelia oscura che mette mano all'anima nera del sogno hippy. Alex Mass vi canta in una sorta di trance sciamanica, con quella che sembra un ideale punto di incontro fra la vocalità statuaria di Grace Slick e quella emotiva di Neil Young. Il drumming tribale e gli accordi lividi generano una tensione che si stempera improvvisamente in una cavalcata verso gli infinti spazi. Si tratta di un brano che funge da modello a tutto quello che verrà in seguito: le infinite varianti di uno psycho folk elettrico, rimodellato di volta in volta sul simulacro di un beat diafano (Sunday Afetrnoon), di un deragliante space rock (River Of Blood), di un mantra barrettiano (Yellow Elevator #2) e di chissà che altro.

Compatto e scuro come un monolite, Phosphene Dream è l'opera di un gruppo che non si limita a riproporre logori stilemi, ma ha l'ambizione di aggiornare un linguaggio, l'unico che funga da appiglio allo smottamento del rock dallo panorama odierno. Una musica perennemente in bilico fra trascendenza e pulsioni ataviche: una dicotomia che mette l'ascoltatore in uno stato di soggezione. Difficile andare oltre giocando con le stesse carte, problema che loro stessi dovranno affrontare nel momento in cui decideranno di dare un seguito a questo capolavoro.

14 settembre 2010
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