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1983. Nel piccolo sobborgo di provincia di Hawkins (Indiana) la vita scorre tranquilla, come sempre. Un gruppo di ragazzini si ritrova in uno scantinato per giocare a Dungeons & Dragons e uno di loro si sacrifica per il bene del gruppo, perché, cosa evidente per il ragazzo, l’amicizia è l’unica cosa che conta alla sua età. Terminato il gioco – un piccolo campionario in miniatura dei pericoli che la vita può riservare – gli amici tornano in sella alle proprie biciclette per far ritorno a casa, ma uno di loro, proprio colui che pochi istanti prima si era offerto in sacrificio, scomparirà nel nulla. Non prima però di aver avuto un incontro ravvicinato tutt’altro che amichevole. Hawkins, che non subiva un caso di sparizione dagli anni Venti, viene sconvolta dall’accaduto, ma è solo l’inizio di una catena di eventi misteriosi che si abbatterà sulla cittadina, cambiando per sempre la vita dei suoi abitanti.

Non c’è dubbio che nel panorama cinematografico e televisivo il revival stia vivendo un momento centrale: basti pensare al passaggio di una serie come Vinyl, capace di trascinarci dentro gli anni Settanta e di farci assaporare un po’ di quelle rockeggianti e acide atmosfere, o ancora ad Halt and Catch Fire, con i suoi espedienti da nerd e i continui rimandi alla cultura geek anni Ottanta. Al cinema, poi, i mitici Eighties fanno capolino con ritmo regolare: dal Super 8 di J.J. Abrams fino alla vera e propria ondata odierna (Guardiani della Galassia, Eddie the Eagle, X-Men: Apocalisse, il remake/reboot di Ghostbusters, per citare gli ultimi della lista). In questo filone preciso, corrispondente alla definizione di “operazione nostalgia”, si inserisce a pieno titolo anche Stranger Things, produzione originale Netflix scritta, prodotta e diretta dai fratelli Matt e Ross Duffer (The Duffer Brothers). Il tutto a partire già da quei titoli di testa il cui font non può non rievocare immediatamente la grafica delle copertine dei romanzi di Stephen King (altro autore più che saccheggiato dalla serie), fino ad arrivare a musiche che proiettano lo spettatore all’interno di un immaginario carpenteriano, fatto di sintetizzatori e luoghi insieme rassicuranti e minacciosi (non è un caso che sia stata proprio la sigla a convincere i produttori a finanziare il progetto). Proprio la musica elettronica che colora la vicenda ha il compito di sgretolare in maniera silenziosa l’atmosfera alla Steven Spielberg, indiscusso re dell’immaginario pre-adolescenziale anni Ottanta al pari dei ben più spaventosi colleghi dell’epoca (c’è spazio anche per David Cronenberg, Tobe Hooper e Rob Reiner), e gli ingredienti di quella ricetta vincente ci sono tutti: la madre come pilastro della nuova disfunzionale famiglia, il rapporto conflittuale col padre, le biciclette, la provincia americana in cui tutti si conoscono (e riconoscono). «È un po’ come se la fuga di Elliott con E.T. sopra la sua bicicletta avvenisse con in sottofondo la partitura musicale di Halloween di John Carpenter, è veramente spaventoso», hanno dichiarato gli autori.

Col procedere degli episodi i riferimenti letterari, televisivi e cinematografici si sprecano: dai Goonies al già citato E.T., ma anche Incontri ravvicinati del terzo tipo, Stand By Me, per arrivare a Poltergeist, Lo squalo, Nightmare, Scanners, La cosa e Starman. Quello che, però, rendeva Super 8 un’operazione nostalgia con una identità ben scolpita, era la sua capacità di utilizzare il gioco delle citazioni (anche visive, e in Stranger Things ce ne sono parecchie) per i suoi scopi e procedere nella costruzione di una storia autonoma, svincolata da quei modelli di riferimento (la morte della madre di Joe, causa dell’odio tra il padre e il vicino di casa, era più di una semplice sottotrama, piuttosto il vero motore emotivo della storia). Nella serie dei fratelli Duffer purtroppo questo non avviene, e a lungo andare i giocosi riferimenti, seppur accattivanti nel far attivare la memoria dello spettatore, mostrano la corda di un’operazione che non riesce mai a spiccare il volo con le proprie forze. Così, la citazione si trasforma in furto e la sensazione è quella di una grossa occasione persa per gli autori, sinceramente innamorati di quegli Eighties misteriosi, idilliaci eppure terrificanti (metafora perfetta dell’America reaganiana) ma incapaci di costruire solide fondamenta per un immaginario originale e fantasioso. Alcuni personaggi vengono lasciati sullo sfondo, quasi fossero fatti di cartone, così come è proprio la scrittura riservata agli antagonisti a peccare di superficialità e scarso approfondimento, mentre fin troppo spazio è concesso alla descrizione dei personaggi principali – quasi a voler riempire degli evidenti vuoti di idee.

Il tono e la capacità di intrattenere della serie, tuttavia, non sono in discussione, e gli autori si congedano dallo spettatore con un classico finale aperto (più di uno in realtà, in perfetto stile King), in previsione di una potenziale seconda stagione, in cui il gioco citazionista dovrà essere assolutamente ridimensionato.

17 luglio 2016
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