• apr
    01
    2009

Album

Strut Records

Abbiamo dovuto attendere ma la nostra pazienza è stata infine ripagata con gli interessi. Serviva Talento in condizioni di forma superiori alla media e così il terzo volume della collana Inspiration Information è botto eclatante di un 2009 sin qui anemico. Sorprende ascoltare un classe 1943 come Astatke – pianista leggendario, padre del jazz etiopico – entrare in perfetta simbiosi con gli Heliocentrics, il cui Out There ci impressionò due anni or sono e che qui si ritagliano un ruolo solo apparentemente defilato. Discreti, lavorano di cesello e passione impedendo lungaggini e conservando immediatezza; conferiscono una lieve modernità retrofuturista e, in un reale scambio, guadagnano in compattezza.  

Smaltito l’impatto iniziale, a mente serena ci sovviene che – giusto per dire: il curriculum completo riempirebbe pagine e pagine – Mulatu è stato il primo africano a frequentare il prestigioso Berklee College Of Music, che ha lavorato con Duke Ellington (si sente, oh sì) ed è produttore apprezzato. Le sue orecchie sono da sempre pronte a recepire mantenendo saldo il cordone ombelicale che lo lega alla madre Africa, ed è solo dialogando con presente e passato, tradizione e modernità che oggi si possono partorire dischi belli e destinati a durare. Tale è la cifra di quest’ora abbondante fatta di suggestioni orchestrali e tasti jazz, fanfare spagnoleggianti e archi disco, ritmi moderni ma ancestrali. E’ funk avvampante alla Isaac Hayes Addis Black Widow, pure potrebbe appartenere al Dj Shadow di Entroducing e nessuno avrebbe a ridire; Mulatu riserva lo stesso trattamento alla fissità di James Brown riportandola alle origini; Blue Nile sparge nello spazio sensualità trapunta d’ottoni e una chitarra tra Bristol e blues. Esketa Dance ondeggia ubriaca però groovy come Mingus non poteva essere per questioni cronologiche e Chinese New Year ne aggiorna la grammatica tra corde di contrabbasso e violino. Chick Chikka, Dewel e Live From Tigre Lounge giostrano stordenti e (im)possibili natali tra Caraibi, jungla e jazz intellettuale newyorchese. Non c’è un minuto in cui alla partecipazione emotiva subentri l’autocompiacimento: neppure dove le partiture toccano la classica per incastrarvi un lucido senso della tecnologia (Phantom Of The Panther). Verrebbe da citarli tutti, i quattordici brani di questo cd superbo per come fonde – senza sforzo: il trucco sta esattamente lì – opposti in teoria inconciliabili. Astrale e terrigno, fisico e cerebrale, primordiale e futuribile, possiede le doti di ogni Grande disco.

29 marzo 2009