• mar
    10
    2017

Album

Nonesuch

C’era da aspettarsi una tragedia immanente, arrivati all’ultimo decennio del XX secolo; ecco perché Dreaming in Tetris suona proprio come la faccia meno rassicurante degli anni Sessanta, il loro rovescio e il loro contraltare, quasi a voler negare tutta quella falsa presa di coscienza più opprimente della anestetizzante politica reazionaria del secondo dopoguerra. Ché se si doveva morire domani, tanto valeva adottare la politica del Fin de siècle, cosa che Stephin Merritt, da buon osservatore del suo tempo, incasella nel terzo dei cinque dischi di 50 Song memoir: grumi di alienazione e nervosismo esistenziale che in The Day I Finally e Weird Disease (anche se quest’ultima è techno pop in barba alla moda grunge) sfociano in una depressione dall’aspetto minore, a causa delle inflessioni tristemente ludiche da scena canterburiana. Ma sono strascichi dal secondo disco, che in The 1989 Musical Marching trova la sua magnum opus proprio per merito dei toni circensi di una strana marcia funebre degna di un film di Tod Browning, salutando con un ampio gesto delle braccia manco si volesse abbracciare il mondo intero, tutta l’eredità new wave a cui i Magnetic Fields devono molto.

Non è così importante perché è della vita di un uomo che si sta parlando e dei 50 anni di questo polistrumentista improvvisato one man band in omaggi inconsci a John Fahey sotto il segno del dulcimer in The Blizzard of ’78, una persistente Andes melodica in Eye Contact, un brano simil jazz niente male dopo aver raccontato l’adolescenza con un bass-synth in Why I Am Not a Teenager – che è il pezzo più 69 Love Songs del disco. Ma se in quella pietra miliare le canzoni d’amore erano per lo più inventate, in quest’ultima epica fatica c’è la mappa geografica di una serie di ricordi. Danceteria evoca immagini realistiche di un ambiente in cui si è cresciuti, ma Merritt non è vittima del passato o del presente; conosce il percorso da cui proviene e sa in quale direzione vuole andare – o dissimula l’incertezza molto bene – e anche quando si lascia prendere da certe autoindulgenze pastorali, come in Judy Garland – perché scherzando nella lunga intervista con Daniel Handler rammenta il film Il mago di Oz come tradizione annessa al Giorno del Ringraziamento – non lo fa mai con patetismo da elemosiniere.

Del resto il tempo non c’è, se si deve fare un collage di sensazioni, derisioni, delusioni, influenze da Sandinista dei Clash in Haven’t Got a Penny to My Name; c’è da sballarsi qui immaginando un’intera autobiografia scritta in un’apparente flusso di coscienza, con lui immerso in una stanza, circondato da strumenti raccolti lungo gli anni vagabondando sotto il Dharma. Allora non è poi impossibile, tolta ogni altra via di uscita, figurarselo mentre come un bambino fatto di anfetamine e chiuso in un negozio di giocattoli si alterna tra glockenspiel, djembe, zill, autoharp e abacus per cinque dischi, prima d’intonare Never again will we walk in the snow with nowhere con una certa teatralità e scrollare almeno in parte la parte migliore e peggiore di se stesso lasciando sull’uscio di casa Elliott Smith. Poi In the Snow White Cottages, perché in un appassionato monologo ad alta voce le delusioni e le problematiche amorose che s’intravedono dagli squarci portati in petto da Merritt non avranno mai la stessa importanza della scissione che presto o tardi dovremo mettere in atto coi nostri genitori o con una madre evocata insieme a un rapporto complicato, per andare alla ricerca di realtà vicine o lontane ma che non siano quelle di provenienza. Il tutto con una spinta un po’ goliardica, come distrazione da qualche male, emulando i personaggi dei libri di Jerome K. Jerome, srotolando attimi spassosi, senza rinunciare a un certo livello d’introspezione non troppo profondo. L’alternativa è uscirsene morti, con quella punta di disagio scaturita da un pensiero triste in grado di ferire una risata. Sicché 50 Song memoir potrebbe essere una catarsi simile a quella di Portnoy, ma rimane un’istantanea che Stephin Merritt rimpiange di non aver fatto prima, uno scatto a se stesso proprio quando all these old memories are fading away. Però basta un attimo, giusto il tempo di una posa, che qualcuno ha chiuso gli occhi, e quel qualcuno sei tu Stephin.

13 marzo 2017
Leggi tutto
Precedente
James Mangold – Logan – The Wolverine James Mangold – Logan – The Wolverine
Successivo
Gazebo Penguins – Nebbia Gazebo Penguins – Nebbia

Altre notizie suggerite