• set
    01
    2001

Classic

Sanctuary Records

Prima che Adam Green raggiungesse lo status di beffarda icona alt-pop dai live leggendari, capace di riscuotere successo anche in Italia, e prima che Kimya Dawson portasse il suo percorso di canzoncine lo-fi fino alla musica per (e con) bambini dell’ultimo Alphabutt, ci fu l’esordio comune come duo, sotto la ragione sociale Moldy Peaches.

Lo pubblicarono otto anni dopo essersi incontrati, anni passati a inseguirsi da NY a Washington, a mettere giù il loro canzoniere e a pubblicarne qualcosa in forma semicarbonara. Durante il cammino avevano assorbito forme e approcci per raccontare lo spirito slacker del periodo, mettendo a punto una poetica figlia dei Beat Happening, fatta del melodismo insieme convinto e ironico di Jonathan Richman deenfatizzato Belle And Sebastian / Magnetic Fields, che raccontava i tempi usando una buona iniezione di follia e occasionalmente di studiata rozzezza (non solo per il turpiloquio preso dal quotidiano, che portò qualche recensore a liquidarli come se fossero gli Squallor USA).

La miscela era padroneggiata con una scrittura talmente solida che riuscivano a fare tutto con chitarra, batteria e due voci (Green come crooner dimesso e Kimya come figlia folle di Kim Deal impegnata a spingere la voce verso punti di rottura Birkin e anche oltre).

Già, perché gli anni non li avevano davvero usati per rifinire le grezzissime registrazioni da cameretta (raffinate però nel nascondere nelle pieghe gli altri occasionali strumenti), che se non erano le stesse dei demo poco ci manca: la lezione lo-fi dei succitati Beat Happening, infatti, costituiva parte essenziale e frame del progetto indie-pop che il duo aveva chiarissimo in mente e che realizza con consapevolezza e determinazione.

Ce ne vogliono, infatti, per far suonare coerente un disco che mette insieme i punk’n’roll dedicati ai passatempi dei giovani 90s di Downloading Porn With Davo e Who’s Got The Crack con delicate ballate alt/folk come Jorge Regula (i frammenti di discorso amoroso ridotti al grado minimo della comunicazione), una perfetta pop song come Nothing Came Out deliberatamente sabotata prima da un flauto stonato (ma qua e là anche le voci, cui scappa pure da ridere) poi da un inopinato assolo Brian May col borrowed arpeggio di Ballad Of Helenkeller And Rip Van Winkle e con un vasto campionario d’altro; fino alla splendida Anyone Else But You (virtuosismi metrici che infilano il ritornello/titolo dove sembrava non ci fosse più spazio), riportata alla fama dalla colonna sonora del film Juno che annovera anche altri apprezzati contributi della Dawson (la quale poi chiuderà il cerchio accasandosi presso la K Records di Calvin Johnson).

Un risultato merito non tanto di novità, quanto di scrittura e identità stilistica solide; ma che un disco pubblicato l’11 settembre 2001 avesse come climax prima della Goodbye Song un brano chiamato NYC’s Like A Graveyard c’entra poco con la consapevolezza: fu una coincidenza disgraziata, che però dice anche quanto i due avessero il polso dei tempi.

1 novembre 2011
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