• feb
    10
    2017

Album

Ideologic Organ

Nomen omen come (quasi) sempre quando si tratta di trafficare con le musiche architettate da Buck, Abrahams e Swanton. Era successo ultimamente con Vertigo e Open – e in tempi non sospetti, con Aether o Drive By – di sentirsi quasi “guidati” da quell’unica indicazione sommersa in un fluttuare musicale a cui abbandonarsi; torna a succedere ora con questo Unfold, disco che, appunto, si svela mano a mano e che, pur nella evidente limitatezza del perimetro strumentale scelto dal trio australiano, riserva notevoli sorprese.

Dapprima la scelta di uscire esclusivamente in formato vinilico, doppio tra l’altro, piuttosto che nel canonico e amato CD, con un lavoro pensato specificamente per questo tipo di supporto e con le quattro tracce che lo compongono – Rise, Overhear, Blue Mountain e Timepiece – adagiate ognuna su una intera facciata del vinile con conseguente sfaldamento delle dinamiche di straniamento che lavori come i citati sopra inducevano nel proprio pubblico. Poi con le tracce (e le facciate, di conseguenza) prive di indicazioni di scaletta, di modo che la fruizione sia più possibile un rimpallo tra i musicisti/creatori e l’ascoltatore/interprete, con quest’ultimo libero di scegliere come e quando entrare nel disco, e il disco stesso pronto a “svelarsi” a seconda dell’umore o dello stato d’animo del fruitore.

Inutile negare che tale suddivisione spezzi l’incanto a cui ci avevano abituati negli ultimi lavori: le dinamiche sviluppate spesso lungo l’interezza di un CD qui si trattengono, si limitano per forza di cose, muovendosi entro i confini di suite dalle durate più umane, meno ariose, più costrette e focalizzabili. Le strutture restano sempre aperte e volatili, con l’interplay virato verso un dialogo più o meno serrato – molto spesso tra(sc)inato dal drumming di Buck – piuttosto che verso la dilatazione umorale, pur lasciando spazio al continuo modularsi e riassemblarsi tipico delle musiche dei Necks. Che sia impro-avant jazz sub specie gamelan nervoso, tutto singulti e rumorini e inserti di note di piano stese ad asciugare (l’astratta suite fatta di tensione continua e dialoghi serrati tra strumenti Timepiece) o una inarrestabile distesa di avant-jazz meets minimalismo cosmico (gli echi trancey della psichedelia kosmica guidati dall’hammond di Abrahams in Overhear), l’ECM sound revisited meets decostruzione ritmica di Rise (un plauso al drumming di Buck, continuamente portato ai limiti senza mai arrivare al parossismo) o la nebulosa in perenne addensamento di Blue Mountain (l’effimero ed etereo interplay tra Buck e Swanton a supporto delle cifre pianistiche di Abrahams), poco importa. I Necks continuano ad abitare quella terra di mezzo tra free impro, jazz, approccio rock e dio solo sa quant’altro che pochi riescono a frequentare.

7 marzo 2017
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