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  • ott
    01
    2010

Album

Columbia Records

L’egregio David Gilmour è uno vecchio stile. Alla politica ci guarda e ai charity event – come li chiamano in Inghilterra – è sempre in prima linea. Lo scorso 11 luglio ha nuovamente condiviso il palco con il non troppo amico Roger Waters per dare speranza alla prossima generazione di palestinesi che cresceranno nella famigerata striscia di Gaza, mentre lo scorso anno aveva registrato un contributo così così (Chicago) per una canzone pro Gary Kinnon, il famoso hacker reo di aver operato la più grande intrusione informatica di tutti i tempi. Il ritornello lo potete ancora ascoltare: si trova nella seconda delle due suite di questa improbabile collaborazione. Ci sentite Gilmour, nel classico registro alto e roco, intonare “do you believe in justice / do you believe in freedom” e in sottofondo – pare ancora di sentirceli – i due vecchi amici Alex Paterson e Martin "Youth" Glover farsela sotto dal ridere.

Mille anni fa il primo iniziò la carriera musicale come roadie dei Killing Joke – e per lui galeotto fu l’ascolto del Brian Eno di Music For Films sotto LSD – mentre il secondo, bassista di quella stessa band, fu l’artefice, assieme ai compagni, di quella fusione tra post-punk e metal che sarà poi la base per dozzine di gruppi vampironi d’oggi e nu metal di ieri.

Quei due oggi sono persone diverse. Youth, ad esempio, è un produttore di grido nonché cofirmatario di un progetto con Paul McCartney. Eppure il credo punk e il disprezzo hippy non sono cose che si cambiano facilmente, specie se cresci a pane e sound system e ti trovi dietro al vetro non più un Steve Hillage qualsiasi, ma il chitarrista più odiato dalla tua generazione. Negli anni d’oro gli Orb confezionavano alcuni singoli dal minutaggio impegnativo (Blue Room), prendevano in giro i Pink Floyd di Animals nella copertina di un loro album live (Live 93) e soprattutto davano alle stampe un monolite come The Orb's Adventures Beyond The Ultraworld che altro non era se non una grande truffa di visioni pastorali, campioni rubati a gente famosa tipo Steve Reich, robusti reggae dub e spruzzate psichedeliche tutt’altro che serie ma funzionali alle amplificazioni emotive della generazione E.

Oggi ritroviamo quelle suggestioni, un po' rabbonite ma non senza la proverbiale ironia, in un viaggio psych che è come ce lo si aspetta: due lunghe suite (divise al loro interno in cinque parti) d’ambient house primissimi Novanta, tra accordi blues, folk e new age (à la Wish You Were Here, per intenderci) con il chitarrista inglese più presente nella prima e qualche cedimento narrativo sulla seconda. Ad ogni modo, un tassello indispensabile nella discografia orbiana.

15 ottobre 2010
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