• set
    01
    2011

Album

DFA

Cosa aspettarci dai Rapture finiti i Noughties? C'era forse una via d'uscita auspicabile dalla disco punk, p-funk di Echoes o dagli 80s di Pieces Of The People We Love? Sul fatto che questi ragazzi si completassero soltanto con produttori eccellenti non c'erano mai stati dubbi: dietro al successo dei singoli dell'esordio c'erano gli allora amici James Murphy e Tim Goldsworthy, dietro il make up del sophomore, un plotone formato da Paul Epworth, Ewan Pearson e niente meno che Danger Mouse. Ora che in consolle spunta un altro grande, quel Philippe Zdar (metà dei Cassius) che diede l'impronta decisiva al successo dei Phoenix, quel che rimane da aspettarci sono dei sintetizzatori angelici e circolari sopra a una formula che ha segnato un'epoca oramai lontana.

Tocca ricredersi. Dopo cinque anni dallo sfortunato seguito di Echoes, abbiamo un album che mastica, coriaceo, innamorato, sincero, un torbido dance-rock newyorchese dove riconosci i riferimenti semplicemente facendo i conti con la storia della città dalla quale questi ragazzi provengono.

How Deep Is Your Love, traccia scelta per introdurre il disco lo scorso giugno, diceva già molto, se non tutto, quello che bisognava sapere sulle nuove coordinate: è disco music imbastardita di cultura rock targata seventies (In The Grace Of Your Love), la pronuncia urbano/vissuto/annichilita di velvettiana memoria, i Television e i Neon Boys del caso e la cultura I will survive delle dive black. Il pezzo inoltre è pre-house senza essere vintagista, revisionista ma non citazionista e il gioco in produzione valorizza il backbone grezzo di piano, clapping, charleston e infine sax, contrasto di volumi che poi enfatizzano l'ingresso di una cassa a basso bpm.

Nel disco inoltre, spiccano ballate macchiate di r'n'b che erano già nelle pieghe della discografia dei Rapture: nella conclusiva It Takes Time To Be A Man, Zdar mette sub bassi sotto intimismi strumentali, riff al piano da prima colazione, fiati Stax distratti, chitarrina rockish, soul espettorato e una coda di urli al cielo che manco gli Animal Collective. E' il finale di un disco che in tracklist al secondo posto ha Miss You, e lì sì, c'è la synth-delia al cielo utilizzata con i Phoenix, Blue Bird invece, fonde tre canzoni in una mescolando carica post-punk, intermezzi psych-60, aperture kraut-cosmiche, Come Back To Me si prende una vacanza francofona campionando una fisarmonica infilandola in un ritmo in cassa, controcanti afro e il tipico canto wavey degli esordi, la traccia omonima si ributta nell'old skool sempre tagliando con ritmiche in presa diretta. La sola Never Gonna Die Again riprende certe soluzioni funky con cassa in levare che riportano diritti al 2003, idem per Can You Find A Way? che riporta ai primi Klaxons.

Abbonando Children, cagata radiofonica 90s, il disco è dominato da quest'idea di prosopoea melodica (l'euro disco Sail Away, Roller Coaster uno degli esempi migliori) dove si sale e si scende. E dove allo slancio bianco trovi sempre questa spiazzante quotidianità black in contropartita. I Love New York.

18 agosto 2011
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