• mar
    10
    2017

Album

Columbia Records

Da Port of Morrow al precedente Chutes Too Narrow erano passati 5 lunghi anni, un periodo giustificato da un colpo di spugna che aveva visto il frontman James Mercer convertire a one man band il progetto, firmare per una major (Columbia) e plasmare di fatto il sound degli Shins su un’estetica più papabilmente mainstream. Non che il disco co-prodotto da Phil Ek fosse fatto della stessa pasta lo-fi dei precedenti, non che fosse andato male (quasi 400.000 copie vendute non erano e non sono bruscolini), ma per il songwriter originario di Albuquerque, allora neo papà, era giunto il momento di abbandonare le song from the basement per entrare nella cerchia più allargata delle popstar direttamente dalla porta dello studio di registrazione, forte di un taccuino di nuove storie incentrate attorno alla sua famiglia. Port of Morrow è un album particolarmente riuscito, ed anche a distanza di tempo si conferma un successo, un classico autorialmente pop, adulto ma leggero, fresco ed ironico senza mancare di farsi anthemico, sempre di livello.

Non ci aspettavamo che per questo Heartworms occorressero altri cinque lunghi anni, soprattutto perché già nel 2014, l’ottimo inedito So Now What – confezionato per la colonna sonora del Wish I Was Here diretto da Zach Braff (ed ora incluso nel disco) – sembrava suggerire session già avviate, con tanto di dichiarazioni del Nostro a suggerire un rewind verso sonorità più inclini al passato remoto che non a quello prossimo. A cose fatte, il disco si pone a metà via tra il cuore melodico degli anni pre-Columbia e una produzione dalle valenze elettroniche ereditata da Port of Morrow, qui ancor più spinta in questo senso grazie ad un dispiegamento di synth, effettistica cinematica, tocchi electro e batterie elettroniche al seguito. A far da collante, ancora una volta, temi fortemente autobiografici e cari al songwriter: nella discreta Mildenhall – che prende il nome dalla base aerea militare nel Suffolk dove il padre del cantante lavorava – troviamo il Mercer più country-Hazlewood di sempre raccontare dei suoi anni giovanili trascorsi all’estero (e dell’effetto che questi hanno avuto sulla sua transizione verso la maturità). Di converso, Name For You, traccia d’apertura del disco, è quel rewind che si diceva verso un sound da sempre debitore nei confronti di una musica britannica – qui dalle parti dei primi XTC – tanto fresca e conturbante quanto all’altezza del catalogo della band.

Il resto è un disco sintetico si diceva, dalla produzione stratificata e cinematografica, e Painting A Hole, con i suoi synth saturi e il battito di mani a scandire il ritmo, sembra riassumere al meglio quest’idea di nuovi-vecchi Shins, qui in particolare con qualcosa in comune con gli ultimi Depeche Mode, vuoi per quel senso di trascendenza macchinica, vuoi per la spazialità del suono. Rivestendo il passato di futuro abbiamo, inoltre, episodi addizionati come Cherry Hearts (la più pompata del lotto) o, di converso, bucoliche ballad dalla coralità filo ABBA (la valida Fantasy Island). Niente di indimenticabile in entrambi i casi, beninteso, anche perché in scaletta il meglio sembra essere riservato per la parte finale, quella apparecchiata a dovere per riappacificare tutti cuori (dei fan) e le anime della “band” (parliamo della doppietta Heartworms, della citata So Now What, e mettiamoci pure Dead Alive).

Sembra che quella freschezza di riff e melodie che catturava da subito in Port of Morrow sia stata diluita in Heartworms, disco che punta più sulla varietà e la spettacolarità dell’insieme piuttosto che sui singoli episodi. In compenso, la scrittura si conferma di alto profilo, l’ugola di Mercer torna dalle parti di quella speleologia di note che ben conosciamo e i debiti stilistici del Nostro ritrovano i Beatles (The Rubber Ballz) per vie – elettroniche – affatto distanti dai Grandaddy. Insomma, anche quando nell’elegia folky finale (The Fear) il Nostro sembra il Bono “americano” di una volta arrangiato da Sufjan Stevens, ci troviamo davanti ad un disco riuscito.

Mercer è uno che in passato ha volato molto alto tra le nostre preferenze. Oggi si conferma per quell’abile autore di pop che è ed è sempre stato, col pregio di suonare senza nostalgie e pertanto senza età. Peccato solo che nei brani più sintetici – dove vanno in scena anche tocchi cartooneschi à la Yellow Submarine – non si giochi il meglio di questa prova. In pratica, Heartworms non è il suo The Age Of Adz.

10 marzo 2017
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