• giu
    16
    1986

Classic

Rough Trade

Quando il 16 giugno 1986 esce il loro terzo album in studio The Queen Is Dead, gli Smiths sono già un’istituzione del rock britannico. Nei tre anni precedenti, sono stati il gruppo che ha rifondato il pop melodico inglese, partendo dal romanticismo dei gruppi scozzesi della Postcard, dal jingle jangle dei Byrds e dalla psichedelia trascendente dei Television, e affossato così definitivamente il punk rock. Nei levigati arpeggi chitarristici di Marr e nei testi intimisti e polemici di Morrissey – cantante-poeta decadente e iper-sensibile – si è riconosciuta un’intera generazione che, esaurite le pulsioni ribelliste e rifugiatasi in uno spleen solipsista, è andata alla ricerca di nuovi punti di riferimento che riescano ad alleviare l’intrinseca disperazione esistenziale.

Nel 1986, nel momento in cui il thatcherismo trionfa e nel contempo si allargano e si amplificano le contraddizioni crudeli del nuovo modello sociale, The Queen Is Dead rappresenta plasticamente ed epitomizza il declino politico e morale della “cara vecchia Inghilterra”. Lo fa partendo dalla straniante copertina verde livido che ritrae l’ennesimo eroe di celluloide – un giovanissimo Alain Delon morente in un noir del 1965 – e dalla foto interna, che vede il gruppo ritratto davanti a Coronation Street (la più familiare e dunque tranquillizzante delle soap opera inglesi). Lo fa spostando la lente d’ingrandimento dalla crisi in generale delle illusioni che avevano sostenuto le retoriche libertarie, alla descrizione di vite abbandonate a una sofferenza privata. Lo fa alternando genialmente brani duri a brani più sofferti, pastiche intellettuali a spiritosi sketch, e spostando quindi il baricentro propulsivo dall’uno all’altro dei due autori.

La storia dice che esauriti i momenti di dissidio iniziali, le registrazioni svoltesi nell’estate-autunno del 1985 procedettero spedite, con il duo Morrissey-Marr + Stephen Street saldamente in cabina di comando. Introdotta dal campionamento di Take Me Back To Dear Old Blighty (una vecchia canzone militare), la title track parte con furia travolgente, propulsa da una batteria caracollante, da un riff devastante in feedback di Marr e da una delle più feroci invettive di Morrissey contro la monarchia britannica (considerata corresponsabile del generale decadimento dei costumi e dell’iniquo sistema classista inglese). Da lì parte una serie di ballate d’alto livello. Morrissey dà una prova della sua poetica della malinconia e della frustrazione nel soul afflitto di I Know It’s Over (con uno dei suoi testi migliori, che accosta la fine di un amore a una pulsione suicida) e nella sua quasi gemella Never Had No One Ever (una meditazione sulla sua adolescenza solitaria). Se la briosa filastrocca di Frankly Mr.Shankly appartiene più all’arte di Marr (ma con una stoccata ironica di Morrissey su Geoff Travis, proprietario di Rough Trade), Cemetry Gates a chiusura del primo lato, con la sua elegante schermaglia amorosa e letteraria che rimanda alla beatlesiana Eleanor Rigby, torna di nuovo nei territori dell’erudito cantante.

Marr domina maggiormente nella seconda parte creando una fitta rete di arrangiamenti alternativi, dall’incalzante Bigmouth Strikes Again, al buffo country di Vicar In A Tutu, alle melodie ariose e senza tempo di The Boy With The Thorn In His Side (primo singolo della band supportato da un videoclip) e There Is A Light That Never Out. Morrissey si occupa d’inghirlandare queste ultime con la sua voce da chansonnier che ben si attaglia al loro tema tragico (manco a dirlo si tratta di due amori finiti, il secondo a causa di un mortale incidente d’auto). Il guizzante twist in dissolvenza di Some Girls Are Bigger Than Others sigilla col suo titolo paradossale quanto ovvio il set delle argute e forbite parole di Morrissey. Anche se retrospettivamente gli Smiths sono stati una band talvolta sopravvalutata, The Queen Is Dead non è solo l’album della loro maturità, ma è anche il loro album definitivo: la sua semplicità melodica, la sua spigliatezza e la profondità dei testi sono l’eredità che il gruppo ha lasciato agli anni Ottanta e al pop britannico dei decenni successivi. Un disco che ha descritto perfettamente un momento storico (anzi un decennio) e i suoi umori più reconditi. Non tutti hanno saputo farlo.

16 giugno 2016
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