• nov
    25
    2016

Album

Republic Records

La bravura di The Weeknd è sempre stata – e, a quanto pare, continuerà ad essere anche dopo Starboy soprattutto il sapersi mantenere (quasi perfettamente) in equilibrio: cantare di donne, droga e (relativi) dolori con un piede ormai saldamente nella scarpa del mainstream più piacione (versante che sembrava aver preso leggermente il sopravvento in Beauty Behind the Madness dell’anno scorso) e l’altro in quel territorio intermedio che si concretizza in proposte qualitativamente buone (se non ottime) fruite da un pubblico abbastanza ampio sì, ma non troppo. Era questo il primissimo Weeknd, quello dei tre mixtape raccolti in Trilogy: un’uscita che anche a distanza di anni continua ad essere fondamentale nel tracciare un percorso esauriente della sempre più generazionale ondata Nu Soul, future R&B, intim-hip-pop o in qualsiasi altro modo la si voglia chiamare. Una linea che parte idealmente dal Kanye West minimal e synth/symphonic pop di 808s & Heartbreak e passa per i vari James Blake, How to Dress Well, SBTRKT, Frank Ocean, toccando magari anche la parte più hipster della cosa (un Ryan Hemsworth ad esempio). Parliamo insomma di un nuovo approccio ad uno spleen tutto black (e spesso decontestualizzato e svuotato a maniera) che arriva oramai fino al sol(itari)o e noioso Drake con le gambe a penzoloni dalla torre di Views.

Facendola breve, Tesfaye è l’onesto – e bravo – paraculo che piace tanto all’MTV addicted quanto all’hipster preso bene dall’elettronica e dal mondo HH tutto, mettendo d’accordo un po’ tutti ma lasciando sempre qualche riserva altrettanto trasversale ad entrambe le “fazioni”. In questo senso Starboy sembrava potesse essere il disco della definitiva svolta. Ad un solo anno da BBTM, The Weeknd torna con un album di addirittura 18 pezzi anticipato da una title track estratta come primo singolo(ne) e prodotta dai Daft Punk, il cui (bel) video sembra già volersi porre a manifesto dell’intera uscita con un simbolico e programmatico self-killing in cui vanno perduti anche quegli improponibili capelli simil-Basquiat. Abel è triste e incazzato, spacca tutto con una croce al neon davvero fighissima, dà fuoco alla casa e se ne scappa tra i monti col cane e la macchin(on)a. A seguire un altro gran bel video da heist movie in soggettiva per un’altra traccia che sp(i)azza (False Alarm), e un cortometraggio da 12 minuti che esalta la camaleontica espressività di Anais Mali e sembra ambientato nello stesso universo narrativo di Starboy. Le carte sembrano in regola per un deciso turning point, ma ancora una volta la peculiarità di The Weeknd risulta essere una stilossissima aurea mediocritas. Che poi, a ciascuno il suo, di nuovo sarà la caratteristica che ve ne farà re-innamorare o che ancora una volta vi farà girare le palle.

Tesfaye continua senza troppe fratture il suo inseguimento del bel canto black in ambito pop guardando (come sempre) a Marvin Gaye, Prince e soprattutto al suo nume tutelare Michael Jackson con il solito, inevitabile e forse un pochino stantio corollario di balletti e giravolte, urletti e clapping. In fondo va anche bene così: alla fine a The Weeknd si perdona quello che a How to Dress Well non si riesce più a far passare, per il semplice motivo che a uno i pezzi vengono, mentre all’altro no(n più). Venendo ai brani, Starboy spazia – probabilmente molto più che in passato – tra tante cose: ci sono le luccicanti ammiccate house, tanto che sembra quasi di sentire i Disclosure (Rockin, Secrets, A Lonely Night), le modaiole (ma si comincia a non poterne più) infiltrazioni trap ammantate di lussuriosa svenevolezza (Party Monster, la buona Reminder, Six Feet Under, Nothing Without You, All I Know con Future), le canoniche ballatone r&b stucchevoli ed emozionali – emozionanti no – il giusto (True Colors, la positiva Attention, Ordinary Life) e occasionali spruzzatine di funky settantiano variegato al french touch sulla (lunga) scia di RAM dei Daft Punk – che infatti tornano nella conclusiva I Feel It Coming a fare da ponte con la title track.

A livello di produzione elettronica, ampiezza della palette e corposità dell’operazione, questo è il miglior The Weeknd di sempre. Il disco scorre alla grande (nonostante la mole), suona che è un piacere e i pezzi ci sono. Il proverbiale passo in più però ancora latita. Anche stavolta ok, va bene anche così. Ma a forza di essere quello bravo che non si impegna quanto potrebbe, il rischio è di ritrovarsi un giorno con un gran futuro alle spalle.

5 dicembre 2016
Leggi tutto
Precedente
Balue – Wavy Daze Balue – Wavy Daze
Successivo
Jean-Michel Jarre – Oxygene 3 Jean-Michel Jarre – Oxygene 3

album

artista

Altre notizie suggerite