• feb
    24
    2017

Album

Brainfeeder

Con Drunk il buon Thundercat potrebbe aver fatto un bel centro. In un percorso solista ricco di “ni” ma sicuramente in crescendo, questo è il definitivo tassello che eleva il bassista di Los Angeles ad una dimensione da vero e proprio autore, emancipandosi una volta per tutte dall’aura di turnista virtuoso (anche se sbrodolate infarcite di feticismi tecnici a là Squarepusher non mancano, vedi l’ipercinetica Uh Uh) con una capacità di scrittura abbastanza limitata. Questo suo terzo LP è una sorta di diario minimo del suo processo creativo, che si snoda attraverso 23 (!) tracce di durata breve se non brevissima: un affastellamento apparentemente ad cazzum canis di idee, suggerimenti, epifanie e spunti (quasi) mai sviluppati fino in fondo.

Le coordinate stilistiche rimangono quelle che sappiamo, quindi il giro della LA più giusta, fumata e creativa: Flying Lotus, Kamasi e tutto il giro Brainfeeder; ma, dall’ultimo anno, potremmo citare in questo discorso anche Childish Gambino; se nel suo caso le radici stanno ben piantate ad Atlanta, Glover è un altro che si inserisce a buon diritto in una (auto)riflessione sulla musica black che partendo dalla tradizione si dimostri capacissima di dialogare con il presente (re)interpretandolo. Un approccio che risulta ortodosso ed omnicomprensivo, senza scadere nel passatismo o in un facile ecumenismo d’accatto. Quella che domina (anche) qui è allora una fattanza da aristocrazia black, dolcemente psichedelica, colta ed educata. Drunk è il disco dell’intellighenzia nera che si sfonda di canne e ascolta jazz a pacchi, strippa con l’elettronica ma tiene il santino di nonno Coltrane ben saldo sul comodino.

Così convivono e si parlano Prince e Stevie Wonder, il secondo George Benson e il funk più visionario di George Clinton, la tradizione jazz riattualizzata grazie a Kamasi Washington e il post-wonky più acido del socio FlyLo. Su tutto, una sensibilità pop che si traduce in melodie mai così ispirate e sognanti, guidate da un falsetto etereo e molto “Pino Daniele”. E se questa sfoglia più poppeggiante arriva a sublimazione in mini-capolavori pregni di black smoothness come Show You the Way, una più smaccata fruibilità commerciale rimane distante anni luce. Le collaborazioni poi, poche ma certamente altisonanti (Pharrell, Wiz Khalifa, Kendrick Lamar), mai preponderanti e anzi sempre funzionali all’economia di un disco fatto di tasselli e bozzetti. Un procedere per forza di cose frammentario e discontinuo, a tratti quasi frustrante nel suo ostinato rifiuto di una quadratura definitiva che aderisca ad un formato canzone autoconcluso; è chiaro che tutto questo può anche finire con l’indisporre l’ascoltatore, e la lettura del disco come raccolta di inconclusi e buonarrotiani spunti troppo rough per essere promossi è certamente legittima. All’opposto, per noi questa non-finitezza che procede saltellando per flash e coiti interrotti piace e stuzzica, ed è proprio ciò che dà al disco la sua definitiva (non) quadratura. Che riesce molto godibile e quasi perfetta nella sua ricercata imperfezione.

1 marzo 2017
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