• dic
    01
    2010

Album

Sacred Bones

Ci avverte da un myspace in completa decadenza, Timmy Vulgar che la musica del suo Organism è “stuff i do by myself on 4 track and a 3 piece band”, evidenziando la precarietà, l’irresolutezza, lo sfascio di un suono che è figlio degenere di una specie di space-punk sgraziato e ruvido. Dopotutto, da uno che viene dalla Detroit mutante di Clone Defects e Human Eye e che si dice influenzato da ugly glitter/glam-rock e loud disgusting music, non ci si può aspettare pulizia e compiutezza, tanto meno forme riconoscibili.

A dar man forte nel triangolo rumoroso ci sono Colin Sick (Frustrations, Fontana) alla batteria e Jeff F. di Heroes & Villians al basso, col saltuario raddoppio della batteria da parte dell’amico Fast Eddie (Clone Defects, appunto) quale garanzia di efferatezze sonore e pedigree da molestatori d’orecchi. Che sia, poi, la Sacred Bones ad apporre il proprio marchio da hype sotterraneo potrebbe essere l’ennesimo segnale della stima che Timmy si è guadagnato nel tempo.

Rise Of The Green Gorilla è in tutto e per tutto figlio del proprio autore: un melting-pot ubriaco e claudicante tra space-punk distorto (Ugly Dream, sorta di proto-punk stoogesiano from outer space) e electro-rock sgraziato e free (Oafeus Clods), bedroom-punk-rock tutto riverberi e dislessia che insegna ai pischelli di oggi (Give It To Me Baby), aggressive-rock ferino e tribale (Gorilla Garden Part 1, sono i Chrome attualizzati al terzo millennio), cosmico e acido spoken word synth-suicidiano (Silver Mountain), non tralasciando freakerie varie come Building The Friend-Ship, una ballad per piano alieno, (Move To The Sun Wave) un lento e macilento psych-folk stralunato, o il malinconico commiato post-prog-pop strumentale di The Traveler.

No barrers, no rules. Just punk. Gente come Timmy Vulgar è meglio aquistarla che perderla.

9 gennaio 2011