• ago
    01
    2011

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Kingem

Sei mesi dopo il buon Febrero, ecco puntuale la nuova prova firmata Tiny Tide. Ovvero, l'ennesimo frutto della irrefrenabile ossessione che muove il cesenate Mark Zonda. Il pop come una onnipresente vibrazione sognante e scabra, cortina fumogena ideale su cui proiettare le circostanze emotive ed i palpiti mnemonici. Undici tracce che sbocciano dalla scorza straniante della bassa fedeltà, tutto un aleggiare di vampe deragliate e impeto traslucido, melodie che rotolano tenere e febbrili in un formidabile precariato sonoro che chiama a testimoniare l'art-wave primordiale di Brian Eno, caligini allucinate Teenage Fanclub, la languida protervia dei Morrissey e dei John Lennon, certe fatamorgane 4AD come se le sognassero quei malandrini della Elephant 6, e via discorrendo.

I cromatismi sghembi di Nimesulide EG, il tumulto farraginoso di Shoes Got An Hold Me, la bambagia radiante di Back To The Beach: canzoni trafelate come sogni di rincorsa, cui sembra sempre mancare qualcosa ma non l'ingrediente che ti aggancia, ti avvince come un dolce, ammaliante fastidio. Questo disco vuole essere un po' il tributo di Zonda all'estate come stagione delle memorie che s'imprimono a caldo. Un'estate cittadina perché i soldi sono finiti e allora le vacanze diventano due settimane di fregola creativa rigorosamente DIY. Ora, il fatto che i soldi siano finiti perché c'era da produrre il video del nuovo album – non questo, un altro – è l'anello che salda la catena e rende ubriacante la pedalata. Per i primi di settembre è infatti prevista l'uscita di There’s A Girl That Never Goes Out, che sarebbe tecnicamente il successore del qui presente. C'è bisogno di aggiungere altro?

30 agosto 2011
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