Cult Movie

Un poeta maledetto, un imbroglione cronico che porta il nome di un grande del passato dimenticato da tutti, un fuorilegge, un divo del cinema, un cantastorie attivo per la causa convertitosi alla parola di Dio. Sei diversi modi di rielaborare la figura sfuggente di Bob Dylan, sei diverse concezioni di messa in scena. Giunto alla sua quinta fatica, Todd Haynes non solo tenta di stravolgere le regole del biopic hollywoodiano con il suo tocco postmoderno, ma rimette in discussione l’idea del cinema stesso attraverso un processo compositivo, un collage in movimento fatto di idee, suggestioni, visioni che sublimano in arte ad ogni fotogramma. Riconoscibile fin dalla prima poetica inquadratura, paradossalmente il cinema del regista losangelino è sempre sfuggente, fatto di rimandi ad epoche che pur dotate di una bellezza e di un’estetica seducenti e senza precedenti, nascondono al loro interno un’ipocrisia di fondo destabilizzante e sconvolgente. Haynes, film dopo film, traccia così il percorso degli Stati Uniti d’America, un paese immerso nella propria falsa considerazione di sé, pieno di idiosincrasie inspiegabili (Safe), pronto ad abbattere qualsiasi idea “anormale” (Velvet Goldmine, Lontano dal paradiso, Carol), a puntare il dito contro una verità che si riscopre multiforme e mai univoca.

Se Jean-François Lyotard sosteneva che «il Postmodernismo è incredulità nei confronti delle metanarrazioni», ecco che Haynes pare aver fatta sua questa lezione e di contro ci restituisce la sua (nostra) versione della realtà. Perché nel postmodernismo la realtà non è altro che la rielaborazione personale delle varie vicende universali, che non hanno mai un punto di vista univoco, ma al contrario continuano a contraddirsi a vicenda in un gioco perverso, malsano, accattivante e irresistibile. Così, nonostante la nostra consapevolezza che certe enfasi narrative di Io non sono qui sono tratte fedelmente da fatti realmente accaduti, ciò che colpisce e vince sullo spettatore è l’idea che tutto ciò che viene proiettato sul grande schermo sia in realtà una gigantesca fantasia dell’autore, servitosi delle mille storie fantastiche su Dylan – a loro volta artificio di una massa di persone incredule – per mettere in scena uno spaccato sociale, il cambiamento della società, nonché la resistenza di quest’ultima al modello precedentemente consolidatosi negli anni con tutti i mezzi possibili (insulti, vigliaccheria, disumanità, gogna mediatica). «La narrativa postmodernista si caratterizza per il disordine temporale, il disprezzo della narrazione lineare, la commistione delle forme e la sperimentazione nel linguaggio» diceva Kazuo Ishiguro, e il film di Haynes sembra ricalcare ed ergersi a manifesto di questa proposizione; una consapevolezza sfacciata e giustificata dell’oggetto della propria messa in scena, lontano anni luce da qualsiasi concetto di originalità, sia tematica che cinematografica.

D’altronde il cinema di Haynes ha fatto della rielaborazione stilistica e dell’aggiornamento dei canoni il suo marchio: basti pensare all’arco narrativo del piccolo Woody [Guthrie], girato riprendendo lo stile visivo della vecchia e classica Hollywood, debitore verso Elia Kazan, Frank Capra e Douglas Sirk (quest’ultimo presente in dose massiccia anche nello splendido Lontano dal paradiso). La forma minimalista e sperimentale del documentario emerge prepotente nei segmenti dedicati all’interrogatorio di Arthur Rimbaud (Ben Whishaw), alla parabola narrativa di Jack Rollins (Christian Bale) e in quelli più psichedelici e onirici di Jude (“Giuda”) Quinn (una abbagliante Cate Blanchett), che sembrano proseguire il percorso di Martin Scorsese (No Direction Home, 2005) e di D. A. Pennebaker (Don’t Look Back, 1967 e Eat the Document, 1972) con un taglio decisamente più suggestivo, perché non preoccupato dal fatto di dover ricostruire alcuna verità, semmai interessato a metterla in discussione. In questa centrifuga emotiva non poteva non fare capolino anche l’amore per il cinema europeo (non a caso Haynes è spesso stato accostato a una sensibilità tipicamente europea e poco americana) e Jean-Luc Godard, evidente soprattutto nel tortuoso percorso sentimentale tra Robbie Clark (Heath Ledger) e Claire (Charlotte Gainsbourg) così come nella grammatica cinematografica messa in gioco (campi e controcampi ravvicinati, didascalie, voce fuori campo, rottura della quarta parete). Il ritorno a un’atmosfera decisamente più americana è sancito dal segmento del fuorilegge Billy (Richard Gere), la cui vicenda cita esplicitamente Pat Garrett and Billy the Kid (Sam Peckinpah, 1973, a cui lo stesso Dylan prese parte) e implicitamente tutto il filone del western americano di fine anni Sessanta/inizio Settanta; campi lunghi, zoom, carrelli, colori saturi, personaggi eccentrici, tutto coincide con un’attenta ricostruzione del genere (e se credete che Dylan non abbia nulla a che spartire con quel tipo di estetica andate a riguardare la copertina di The Basement Tapes, 1975).

Tutto questo miscuglio di generi, stili, narrazioni, personaggi, citazioni non è fine a se stesso, posizionato per un divertimento personale del suo autore/regista; contribuisce invece a evidenziare il concetto di frammentazione dell’identità che è alla base di Io non sono qui e dal quale poter iniziare a costruire un numero infinito di digressioni, immagini suggestive, dimensioni temporali. Persino gli stessi personaggi delle sei storie (resi vivi da sei diversi attori) sono a loro volta frammentati: il Jude androgino della svolta elettrica, diviso fra passato e presente, che inorridisce al disvelamento del suo vero nome; l’infedele Robbie, la cui professione (attore) è la madre di tutte le idiosincrasie identitarie; Jack Rollins, diviso tra pulsione distruttiva e fede; Woody, cantastorie imbroglione e fuggitivo; Arthur, poeta agricoltore; Billy, angelo custode della comunità con un passato da assassino (la cui frammentarietà è evidenziata anche diegeticamente, attraverso l’applicazione e la rimozione di una maschera sul proprio volto). Una divisione profonda non solo nell’anima del protagonista, che è tutti e nessuno («I’m not there, I’m gone»), ma nell’America sconvolta dall’omicidio Kennedy, distrutta nello spirito dalla sanguinosa guerra in Vietnam, oppressa dalla (dittatoriale) presidenza Nixon. Il tutto racchiuso da una cura formale splendidamente esposta, lontanissima da qualsiasi tipo di pesantezza o stucchevolezza (gli incidenti in motocicletta e l’aggrapparsi a un treno in corsa che aprono e chiudono il film sono esempi di una circolarità della narrazione affatto posticcia); ogni personaggio messo a nudo nel film, rivive doppiamente attraverso gli altri, in un mosaico narrativo autoconclusivo e complementare. Un biopic senza biopic. Perché a Haynes non interessa mai davvero far emergere il vero Bob Dylan dalla sua opera, semmai risvegliare la percezione del suo personaggio pubblico, mista alla memoria storica collettiva. E, forse, questo era l’unico modo per raccontare questa storia.

6 novembre 2016
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