• ott
    01
    2011

Album

ANTI-

Al milionesimo album – ok, è solo il ventesimo – e a sette dall'ultimo di inediti Real Gone, ci si potrebbero aspettare sintomi di incipiente senilità dal nuovo album del sessantunenne Tom Waits. Ed è proprio così. Ma il suo – chevvelodicoafare – è un invecchiare nutritivo. L'uomo, l'artista, si è messo fuori da certi processi di logoramento sinaptico. E' intangibile e assieme potente allegoria di se stesso. E' una macchietta maligna, uno spauracchio struggente, l'orco appassionato, lo spaventapasseri malvagio, uno sgorbio portentoso. Posseduto dalla sua musica, la possiede concedendosi senza lasciare indietro nessuna ferita, nessun bacio dato o perduto. Nella voce alberga tutto intero il corpo logoro e l'anima rugginosa ma viva, morbidamente disperatamente viva.

Imprendibile, scentrato, outsider totale, ormai fa il verso a se stesso permettendosi il lusso d'incarnare a piacimento porzioni del proprio campionario, ad esempio – è il caso di questo Bad As Me – un eccitante (già, e il viagra non c'entra una mazza) dualismo tra il satiro blues ebbro ed il mariachi languido, tra impeto ispido, ruspante, grottesco e uno sdilinquirsi con saggia indifesa generosa vulnerabilità. Tra il male e il bene che riempie il pieno e il vuoto del nostro stare al mondo, lui ci mette queste canzoni. E il suono, scavato nella pancia degli stereotipi del genere così a fondo da scovare le radici dell'archetipo, così velenosamente artefatto, saturo di segni caratterizzanti – lo aiutano il sodale Marc Ribot, il tastierista decano Augie Meyers ed il filibustiere Keith Richards – da strappare la pelle alla messa in scena ed esplodere iperreale come un coltello che ti accarezza la pancia.

Sedici pezzi, tutti godibili, qualcuno straordinario come una Face To The Highway desertica e sepolcrale, senso di atavica modernità nella tessitura liquida di chitarre e vibrafono, quel sax straniante, rantolo Nick Cave al crocicchio dei Morphine. Ed il gracidio madido di Raised Right Man, iperboli acide Screaming Jay Hawkins in un bozzolo anfetaminico Jon Spencer. E la rumba blues indemoniata di Let's Get Lost. E il battimani demoniaco lungo il funky-psych cavernoso di Hell Broke Luce. E una Satisfied con quell'aria da John Lee Hooker strattonato da Belzebù che omaggia – chiamandoli in causa – gli Stones più efferati. Poi, d'altro canto, le tenere nostalgie fifties springsteeniane di Tell Me. Il valzer di Pay Me, fisarmonica-violino-banjo e uno sbuffo di tromba, una di quelle cose splendide che gli vengono con la mano sinistra.

E poi l'eleganza jazzy pigra, fumosa, inquieta di Kiss Me Like A Stranger (che t'immagini benissimo sulle labbra di Billie Holiday) ed Everybody's Talking (malanimo e struggimento brass band con ectoplasmi Mingus ad aleggiare, il semifalsetto una soffice spina tra cuore ed anima). E ancora la semplice, smisurata, indolenzita tenerezza tex-mex di Put Me Back In The Crowd, e una Last Leaf da Ry Cooder sgualcito sulla strada in fondo al cono di luce (Richards al controcanto), roba che ti fa uscire le lacrime anche dal culo.

Proprio così, ne è ancora capace dopo tutti questi anni, dopo tutti questi grugniti e suppliche e ardori e spasmi e tormenti sparsi nelle canzoni. Non esistono attendibili termini di paragone. Quest'uomo è fuori misura.

17 ottobre 2011
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