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È necessario sottolinearlo con forza: Riccardo Bertoncelli è uno dei più importanti critici musicali e scrittori italiani attivi nell’ambito dell’universo pop rock. Lo ha dimostrato con svariate uscite editoriali dagli Anni ’70 a oggi, licenziando di tanto in tanto vere e proprie opere miliari concernenti la saggistica “musical popolare”. Su tutte citiamo almeno lo splendido Paesaggi immaginari (Giunti, 1998), “compilation” di articoli estrosa, originale e ben rappresentativa del suo stile colorato e flessibile.

Questo Topi caldi è l’ipotetica continuazione dei Paesaggi immaginari, nuova gustosa raccolta che mischia ricordi di un passato vissuto tra concerti storici e incontri leggendari, oltre a divagazioni semi-fantastiche che però si combinano perfettamente ai fatti della cronaca.

La penna di Bertoncelli è tra le poche “bacchette magiche” nel Bel Paese capace di spiegare con parole semplici e in poco più di due facciate la grandezza di un Sun Ra, il misticismo bluegrass d’un John Fahey, la mente “altra” d’un Captain Beefheart. Ciononostante il suo pensiero indipendente non tralascia critiche nette ma costruttive; lo ha fatto anni addietro analizzando l’approccio artistico di Bowie, lo fa oggi demolendo il fenomeno Marilyn Manson nel divertente capitolo Un incubo prima di Natale. Il buon Riccardo ha dalla sua un amore incontenibile per la musica, una conoscenza della stessa ben bilanciata tra cuore e ragione ma soprattutto un talento letterario degno di certi romanzieri alti, sicché Topi caldi è lettura consigliata pur ignorando i protagonisti delle vicende in esso narrate.

Qui c’è spazio per riletture finalmente obiettive sulla bolsa avventura rockettara di Ozzy Osbourne, commoventi omaggi all’amato ma non più idolatrato Frank Zappa, visioni dettagliate di una band che credevamo indefinibile come quella dei tedeschi Can. Se pure di tanto in tanto scappano un paio di pagine risapute (l’ennesima ricostruzione della nascita e caduta dei Velvet Underground), subito dopo se ne esce con un nome semisconosciuto da acquistare al più presto o, più semplicemente, con una considerazione personale pronunciata con respiro universale. Scritti del genere dovrebbero venir somministrati come antidoto alle patologie dell’ascoltatore medio, quello cioè che scarica mp3 per rimpinguare la propria scarsa conversazione o quello che crede di amare la musica perché il “vinile ha un fascino che non mi so spiegare”.

Con Bertoncelli il rock torna brillante, vivo, si riprende a sperare che qualcosa accadrà e, nel frattempo, si macinano queste 270 pagine in poco meno di quattro ore.

19 aprile 2016
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