Live Report
Dal 25 novembre al 27 novembre 2016

Il curatore, Bruno Dorella, aveva annunciato che la nona edizione di Transmissions Festival sarebbe stata un evento dagli «aspetti visivi molto forti», e così è stato. Confermata anche la natura “pop” – in termini molto generali, dal momento che parliamo pur sempre di un festival di musica contemporanea – della manifestazione, suffragata da una buona affluenza di pubblico (circa mille partecipanti in tre giorni). Merito certamente di Dorella e dell’organizzazione tutta, capaci di comporre un cartellone stilisticamente variegato, appetibile e allo stesso tempo ben intenzionato a non tradire la natura sperimentale del festival organizzato da Bronson Produzioni.

Si diceva dell’aspetto visivo: un elemento che nella tre giorni è sempre andato a braccetto con la qualità musicale, come ha dimostrato ad esempio l’esibizione a dir poco sorprendente di Feldermelder. Lo svizzero, vero nome Manuel Oberholzer, si è presentato nella giornata di sabato circondato da una gabbia di aste verticali luminose frutto del lavoro di Supermafia – se volete farvi un’idea dell’esibizione, date un’occhiata al video girato all’ultimo Terraforma – e capaci di generare forme affascinanti seguendo capillarmente il ritmo della musica. Ma non è stata solo la spettacolare parte visiva del set a conquistarci: dal punto di vista del suono, il Nostro si muove su un’elettronica/ambient destrutturata, ritmicamente mutante, inquietante e affascinante al tempo stesso, con qualche innamoramento industriale e la ferma intenzione di giocare fisicamente con la percezione di chi ascolta. Probabilmente, il miglior set del festival.

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[Feldermelder; Ph: Chiara Viola Donati]

Sempre tenendo la barra dritta sul “concept visivo”, da citare anche il progetto Azdora coordinato da ?Alos/Stefania Pedretti. Per chi non fosse romagnolo: le “azdore” sono, in dialetto, signore di una certa età “destinate” a gestire la casa, la famiglia e il matterello. L’esperimento di Pedretti – nato l’anno scorso nell’ambito di Santarcangelo dei teatri (e non a caso) su ispirazione di Markus Öhrn – è una sorta di decontestualizzazione forzata, di rito collettivo in maschera in cui a vere e proprie azdore vengono messe in mano chitarre elettriche distorte, basso, elettronica, microfono, per uno sfogo liberatorio (ma organizzato) ai confini con il black metal e il noise. Un happening in bilico tra attorialità e “psicanalisi” piuttosto sorprendente, ma le cui finalità forse esulano in parte dall’aspetto squisitamente musicale. Come sorprendente è stato il set di Mykki Blanco, uno che ha onorato gli impegni presi in un Bronson ben disposto nei suoi confronti. Anticipato da un dj set di Bambii, il musicista ha proposto il suo “queer rap” – etichetta rifiutata dallo stesso artista ma che in qualche modo circoscrive un preciso ambito stilistico – venato di r&b futurista come avrebbe fatto una rockstar vecchio stile: travestimenti, escursioni tra il pubblico, sedie fatte volare, saliscendi dal bancone del bar, corse da una parte all’altra del locale. Paradossalmente, da tutto questo circo ci è sembrata emergere una fragile sensibilità più che l’indole spaccona del performer navigato, ed è forse questo l’elemento centrale di una musica che appassiona pur correndo talvolta il rischio di perdersi in qualche stereotipo di troppo.

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[Azdora; Ph: Chiara Viola Donati]

Visuale, colorato e affascinante anche il set dei Jaga Jazzist nella giornata di venerdì, almeno quanto quello di Sarah Neufeld si è rivelato essenziale. I primi, su un palco imbottito di luci e strumenti musicali, hanno dato fondo alla loro nota grandeur sonica in bilico tra psichedelia, jazz, post-rock, atmosfere boreali sulle ali dei synth e una batteria piena di groove. Le aperture strumentali tipiche della band, idealmente parlando, non sono poi così lontane da quei Motorpsycho con cui alcuni membri dei Jaga Jazzist hanno collaborato in passato, anche se qui la complessità del suono non vive di chitarre marmoree, ma di ottoni e suoni di sintesi. La violinista degli Arcade Fire ha spiattellato invece l’iteratività tipica della sua produzione solista su un reticolo d’archi e percussioni (il violino, accompagnato soltanto dalla batteria) sospeso tra minimalismo rileyano e melodia – ovvero il materiale che si ascolta nel The Ridge pubblicato quest’anno e nell’Hero Brother uscito nel 2013. Un set decisamente fisico, vista anche la velocità del fraseggio ostinato di Neufeld, tuttavia caratterizzato da una certa freddezza di fondo che non siamo riusciti ad apprezzare del tutto.

Note positive sono arrivate dagli artisti autoctoni – cioè della zona di Ravenna – chiamati a dar man forte al cartellone: In Between ha proposto un’ambient-elettronica dal buon tocco, capace di una sensibilità forse ancora un tantino trattenuta, ma già ben formata e sulla strada giusta per produrre ottime cose; Moder ha sciorinato con grande coraggio un hip hop dagli ottimi testi, legatissimo a una provincia scartabellata in ogni dove dalle rime, e che musicalmente ci è parso debitore nei confronti della scena nostrana anni Novanta (da applauso anche il freestyle finale con HYST); Giovanni Lami infine ha dipinto i suoi soundscape rumoristi e concreti manipolandoli in una chiave poco strutturale e molto “degenerativa” che non ha lasciato molti margini di manovra agli ascoltatori.

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[Heather Leigh; Ph: Chiara Viola Donati]

Nel ripercorrere la nona edizione di Transmissions non possiamo poi non citare i francesi Le Singe Blanc, responsabili del set forse più in linea con l’immaginario sonico di Bruno Dorella: due bassi, una batteria e un’attitudine post-punk-funk-math-noise energica e dissonante che ci ha ricordato degli Old Time Relijun più sarcastici, beefheartiani, fumettistici e sbarellati. Come del resto non possiamo non scrivere due righe sulla bellissima idea di concludere la manifestazione la domenica al Museo d’arte della città di Ravenna con i live gratuiti di Nicola Ratti, Heather Leigh e Klaus Legal: dei tre siamo riusciti a vedere Leigh – voce e pedal steel guitar, set intrigante, concentrato ma non indimenticabile, seppur caratterizzato da un suono cristallino favorito anche dalle architetture del luogo scelto per il concerto – e in parte Legal – avvincente «cathartic-industrial-noise» originato dall’interazione tra variazioni luminose e suono – assieme alla bellissima mostra di stampe Printed in Providence: noise decade 2006-2016.

2 dicembre 2016
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