• lug
    05
    1993

Classic
U2

Island

Chiedersi oggi quale sia la più importante (la più grande) rock band al mondo, non ha più molto senso. Sollevare la questione nell’anno 2016 significa quasi certamente guadagnarsi lo sconcerto degli interlocutori, nei casi più estremi lo scherno o persino la pietà. All’epoca invece, estate del 1993, rappresentava un buon argomento di conversazione tra gli appassionati di rock e non solo. Tralasciando i (già allora) dinosauri che avevano imperversato durante gli 80s (i vari Bowie, Stones, Tina Turner, McCartney, Peter Gabriel…) e limitandosi quindi a chi sembrava all’apice della parabola espressiva, i nomi su cui accapigliarsi non mancavano: R.E.M. (freschi di Automatic For The People), RHCP (dopo il boom di Blood Sugar Sex & Magik), Nirvana (in procinto di pubblicare In Utero) e persino Pearl Jam, Soundgarden o Alice In Chains (constatata la piena effervescenza della scena grunge). Per non tacere dei Nine Inch Nails, che avevano già pesantemente lasciato il segno con Pretty Hate Machine (del 1989) e guadagnato un ruolo primario sul palco del Lollapalooza, ma il cui capolavoro sarebbe arrivato solo l’anno successivo, nel ’94, con The Downward Spiral.

A questa lista parziale si potevano legittimamente aggiungere gli U2, dei quali molti già pensavano che il meglio fosse alle spalle (e in effetti era così), anche se il loro lavoro del ’91 Achtung Baby era di quelli che ti sparavano in alto rilanciandoti in prima linea, scozzando il mazzo del presente come chi ha la presunzione di azzeccare le carte del futuro. Con Seattle che pestava forte sui pedali dell’elettricità e più in generale della (presunta) autenticità (si veda anche l’imminente sbornia “unplugged”), e col trip-hop già nato ma ancora in attesa della deflagrazione (lo avrebbe fatto nel volgere di pochi mesi), gli U2 si lasciavano alle spalle gli Ottanta della guerra fredda, del synth-pop e del disimpegno cercando di raccoglierne l’eredità in una sintesi, se non musicale, di atteggiamento, di metodo. Detto che il “loro” grunge – nel senso di recupero di una certa radicalità rock – lo avevano già consumato con la controversa avventura americana di Rattle And Hum, e che erano poi stati abili a cogliere nella sintesi tra goth, electro e post-punk (con escursioni hard rock) dei citati NIN un senso di stringente attualità, con Achtung Baby avevano saputo riposizionarsi sullo scacchiere dello showbiz, bisognoso di una grande band disposta a farsi megafono dei tempi nuovi post-muro di Berlino, colonna sonora della Storia ai tempi della fine della Storia.

Un suono assieme metropolitano e intimo, epico e isterico, il caos che tentava di organizzarsi in forme più rapide e integrate, grazie al sapiente lavoro in cabina di regia (e non solo: fu un vero e proprio membro aggiunto) del sodale Brian Eno. Non è certo da considerarsi un caso la liaison artistica con Wim Wenders, regista che collocava la poetica filmica sulla linea di confine tra persistenza del fattore umano e dispersione avveniristica: il riferimento è ovviamente al film Until The End Of The World (come l’omonima canzone contenuta in Achtung Baby), un’epica sgangherata nella quale si può leggere tutta la nostalgia feroce di un futuro inevitabile e impossibile. Di tutto questo Zooropa, lungi dall’essere lo scontato pendant, è uno sviluppo emblematico. Dopo aver metabolizzato l’euforia e il timore dei tempi nuovi ed esserne diventati i cantori principali – al di là delle opinioni individuali, per l’impatto sull’immaginario collettivo gli U2 dei primissimi Novanta erano, senza alcun dubbio, la prima rock band del pianeta – arriva il tempo della riflessione, pausa compresa, nella quale trovano posto idealismo, senso di allarme e ironia.

Le canzoni di Zooropa sembrano porsi già fuori dal flusso, osservarlo dall’alto e di lato, come può permettersi solo chi siede sullo scranno del dominatore. Un taglio rock che muta pop, un suono che ha la capacità di irradiarsi globalmente per sola forza di epicità (questo fa la title – nonché openingtrack, col suo incedere da ballata allusiva, una specie di enorme monito travestito da trionfo). Tutta la consistenza sonora del disco è sfuggente, mutevole, equivoca: ti racconta un passaggio di senso. Il suo reale valore è in ciò che rappresenta, la possibilità di un rock che sa immaginarsi contemporaneo e radiofonico per raccontare il presente o una sua sensazione approssimativa. La ruffianeria minimale di Babyface e quella caricaturale (fino al sovraccarico) di Lemon (interpretata live dal personaggio ridicolo e inquietante di MacPhisto) sono entrambe monete valide per un videogame che devi giocare a un livello cerebrale. La stessa Stay, forse il pezzo più melodico mai sfornato dalla band, rispecchia questa dimensione ologrammatica: sono canzoni che tendono spasmodicamente a farsi icona di un atteggiamento, tentano di sintetizzare pose inedite per tempi nuovi che contengono il fantasma di un passato ancora troppo presente per esorcizzarne il senso, limitandosi ad intercettarne lo spaesamento e la propulsione. Non a caso Wenders col suo Così lontano così vicino – della cui OST Stay era uno dei pezzi pregiati – consegnava alle sale un’opera manierata, che traduceva in estetica la tensione esistenziale de Il cielo sopra Berlino. Vi si avvertiva un’ansia di segni che simboleggiassero la fase storica dopo l’ubriacatura sconvolgente dell’89 (due frame su tutti: piazza Tienanmen e l’abbattimento del muro): è più o meno questo il filo espressivo che condurrà dal delirio catodico dello ZooTV tour alla ultra pacchianata di Pop e relativo PopMart Tour, ormai alle soglie dell’era internet ma ancora nel pieno della convinzione che un tour mondiale rappresentasse uno dei modi più spettacolarmente efficaci di agire (e unire) su scala planetaria.

La sensazione, viva all’epoca e tutto sommato confermata da tutto ciò che è accaduto poi, è che la “più importante rock band al mondo” non abbia saputo sottrarsi alla sindrome di onnipotenza, del resto forse uno sviluppo prevedibile della vena eroica che li aveva caratterizzati fin dagli esordi. In tutto questo il bello è proprio la padronanza del linguaggio che, grazie alla tavolozza artistica e ingegneristica della premiata coppia Eno & Flood, consente di giocare su registri sorprendenti, persino coraggiosi considerata lo status del gruppo: Numb, con la sua algidità monocorde (canta – si fa per dire – The Edge) e i falsetti sardonici, Some Days Are Betters Than Others, sorta di scoria wave che sprizza irrequietezza arty berlinese, e una Daddy’s Gonna Pay For Your Crashed Car che gioca a rievocare il Bowie di Low nel titolo e spedisce una missiva Depeche Mode ai futuri Radiohead della fregola sintetica. Poche di queste sono canzoni aderenti al canone U2, di quelle che sembrano espandersi dal di dentro in virtù d’una vena innodica concepita per diffondersi sulle folle degli stadi, riuscendo nei casi migliori a mantenere quel po’ di genuino tumulto stradaiolo. Non a caso i pezzi di Zooropa saranno tra i meno suonati nei tour degli anni successivi. Prendi una ballad come The First Time, sorta di cuginastra di Running To Stand Still in cerca di paradigmi melò: è un pezzo che sembra rifiutare i grandi spazi per rinculare in una dimensione teatrale o ancora di meno, verso l’intimità dell’ascolto da cameretta. Se Dirty Day omaggia Bukowsky senza particolare brillantezza (quasi che la voglia di omaggiare Hank abbia prevalso sul resto), The Wanderer chiude il programma con uno dei momenti più insoliti di tutta la discografia della band: un country folk robotico affidato alla voce di Johnny Cash, come a voler chiudere con una bizzarra alzata d’ingegno il cerchio controverso di Rattle And Hum, un riportare tutto a casa nel segno di una mitologia che è già avatar, memoria, storia finita che si accartoccia reinventandosi, a partire da tutto quello che si è fatto popular.

Zooropa non è un grandissimo album, ma è – lo sembrò fin da subito – un album emblematico di un’epoca crocevia in generale e per il rock in particolare. Rock che si avviava a consumare forse il suo ultimo decennio di grandezza, dovuto probabilmente alla sua ancora stretta connessione col presente. Un album come questo non esce se non si è mossi dalla convinzione – velleitaria, pretenziosa, sbruffona, ma formidabile – di poter contenere lo spirito del tempo in un pugno di canzoni, e quindi – pretesa ancor più velleitaria – di riuscire ad influenzarne gli esiti. Come solo la band più importante del pianeta può fare.

Questo convergere di Storia e musica popolare, con tutti i limiti che abbiamo detto, è quello che nel frattempo abbiamo perduto. Quello che il rock non sa più provare ad essere.   

17 agosto 2016
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