• apr
    07
    2017

Album

House of Mythology

Era chiaro già dal primo singolo pubblicato che anche stavolta Garm ce l’avrebbe fatta, e alla grande. Nemoralia è synth pop di quello buono per davvero, notturno ed elegante, una gemma noir suadente e smagliante che prende i migliori Depeche Mode e li strina lateralmente con qualche clangore più aspro à la Nine Inch Nails. Ma è la seconda traccia Rolling Stone il capolavoro assoluto. Una cavalcata più psych guidata da un basso pulsante che subito ti fa fare su e giù con la testa sorridendo che sì, è arrivato un altro colpo, e potrebbe anche essere uno dei meglio assestati.

Con l’avvicendarsi di formazioni facenti capo all’unica costante in quasi un quarto di secolo di carriera Garm, quell’act oscuro e malleabile chiamato Ulver, più setta che gruppo, di pelli ne ha cambiate tante e in modo quasi programmatico. Dalla trilogia di black metal norvegese (ma contenente anche una raccolta di meravigliose folk ballads acustiche) alla Metamorphosis elettronica con il capolavoro Perdition City tra trip hop, jazz e imaginary soundtrack, dalla monumentale rock opera di blake-iana ispirazione The Marriage of Heaven and Hell (dove prog, avantgarde metal, ambient e industrial convivono avvicendandosi e compenetrandosi costantemente) fino al tributo kraut dell’ultimo, criptico ATGCLVLSSCAP. Nel mentre, rielaborazioni di Bach (Blood Inside), rarefazioni ambientali ed art rock (Shadow of the Sun e War of the Roses), un disco di cover 60’s (Childhood’s End), un’orgia dronica con i Sunn O))) (Terrestrials) e un opera di musica sacra (Messe I.X-VI.X). Una peregrinazione sonora inafferrabile che potrebbe rimandare alla schizofrenia artistica di un Mike Patton o al poliedrico cazzeggio di un John Frusciante, ma che si distanzia da due esempi come questi per la limpidissima naturalezza con cui ogni giravolta è portata a compimento. Quelle di Garm e soci sembrano autentiche manifestazioni di un’unica (ed intimamente coerente) anima che, di volta in volta, prende in prestito mezzi stilistici contingenti, e non masturbazioni di un feticismo de-generato dei generi. Non che quelle di Patton e Frusciante lo siano, ma certo è a tratti riscontrabile un certo eclettico autocompiacimento nel primo e una sorta di eclettica naïveté nel secondo.

The Assassination of Julius Cesar arriva come undicesimo lavoro in studio della band, e da subito si presenta come il loro disco “pop”. Chiaro che l’abusata tag rischia di divenire facilmente fuorviante, ma altrettanto evidente è che sarebbe quantomeno improbabile aspettarsi questa volta degli Ulver in formato easy-listening o addirittura MTV. Il pop si declina quindi a livello concettuale nelle figure attorno a cui ruota il tema del disco (da Giulio Cesare a Lady D) e a livello musicale e formale nella centralità data alla melodia ed alla forma canzone, tranne qualche occasionale deviazione (vedi la coda rumoristica di Rolling Stone). Riff chitarristici e drum machines, archi e coretti femminili in falsetto, synth ora morbidi ed ariosi, ora acidi e più dark, ma sempre e comunque – appunto – pop.

E funziona tutto alla grande. Gli arrangiamenti sono sontuosi, le melodie salgono ad ogni ascolto e i testi – come sempre quando si tratta di Garm – sconfinano nella letterarietà di una prosa po(i)etica. Trovano posto acquerelli estivi al sapor di tramonto, capaci magari di pescare vagamente da una struttura ritmica house e serenamente bal(n)earica, ma anche power ballads con le tastierone belle sature e il ritornello da accendino alzato e “San Siro su le mani”; e magari l’effetto potrebbe sembrare ridicolo a leggerlo, ma non lo è affatto, a sentirlo. Perché ciò che ancora una volta colpisce e quasi spaventa è l’assoluta naturalezza. Sembra questo l’ottimo disco di una band che fa pop di qualità da 20 anni, per la padronanza stilistica e la consapevolezza dei mezzi che trasuda da ogni pezzo. E invece no, e siamo ancora qui a chiederci dove andranno a parare i Nostri nel prossimo capitolo. Forse dalle parti dell’oscura e conclusiva (e bellissima) suite Coming Home, o magari approderanno ad uno space crust yodel che della forma canzone se ne fotte proprio. Se a farlo sono loro, sarà giusto in ogni caso.

7 aprile 2017
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