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La dipartita di Cohen ci priva forse del più grande poeta-cantautore della musica popolare occidentale di sempre, ma consente se non altro l’apertura di un discorso critico musicale che potrà finalmente tendere a considerarsi definitivo. Poeta-cantautore, appunto, l’esatto contrario di quel Dylan cantautore-poeta col quale i più si ostinano a forzare confronti, accusando la mancata consegna di un Nobel per la letteratura al canadese dalla voce di velluto che, a buon diritto, possiamo considerare “uomo di letteratura” pure al di là della propria produzione discografica. Il ritratto biografico confezionato da Nadel si arresta al 1996, venendo poi aggiornato in 13 paginette fino al 2006. Una nota critica all’edizione italiana a cura di Antonio Vivaldi si spinge fino al 2010, evidenziando il “ringalluzzimento” di una carriera durata quasi cinquant’anni fautrice di brani arcinoti (Suzanne, Bird On The Wire, Joan Of Arc), album leggendari (Songs Of Love And Hate), ed episodi discografici che ci auguriamo prossimi a un buon processo di rimasterizzazione e rivalutazione da parte di pubblico e critica (Death Of A Ladies’ Man e Recent Songs su tutti).

Il “mistero Cohen”, naturalmente, non lo si spiega e mai si spiegherà, per quanto accurata una biografia possa risultare, per quanto serio sia lo studio sull’artista e sull’uomo dietro l’artista. L’avventura del Cohen ossessionato dalle figure della bellezza e infiammato dall’ombra della dannazione è già risolta nella straordinarietà delle canzoni, quell’amalgama un poco svogliato di country, pop e cantautorato acustico speziati da vaghe influenze della tradizione folklorica greca. Nonostante ciò Una vita di Leonard Cohen concede preventivabili ma gustosi aneddoti (gli eccessi figli dei sixties, la depressione, la burrascosa relazione col successo), qualche sfiziosità nello studio della discografia che stupirà un fan su due e, più generalmente, una lettura scorrevole adatta a pomeriggi piovosi o notti insonni.

20 dicembre 2016
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