• mar
    18
    2014

Classic

Numero Group

Questa ristampa a cura di Numero Group è un tuffo nel cuore della produzione Unwound, quella più significativa della stagione indie ’90. Impossibile parlare del gruppo di Olympia senza evocare il mondo indie: ora il termine vuol dire tutto e niente (basta guardare a casa nostra: sono indie Le luci della centrale elettrica o gli Heroin in Tahiti, è indie la Tempesta Dischi o Boring Machine? E se sono indie entrambi sono assimilabili come etiche stili e risultati? Ovviamente no) ma in quel periodo un significato l’aveva. Si parlava di autonomia artistica e do it yourself, di etichette e di subcultura giovanile, di un concetto ancora vago dal punto di vista musicale (l’alt-rock) ma integro e condiviso a livello etico. A pensarci, tolto questo ultimo punto, non è che il discorso sia cambiato poi tanto.

Gli Unwound, comunque, sono stati tra i più fedeli alla linea. Hanno stampato quasi tutta la loro discografia per Kill Rock Stars rinunciando alle sirene delle major che pure erano arrivate e sono rimasti in groppa a un’idea autogestita del proprio lavoro, finanche timida. Già perché gli Unwound non erano al centro del mondo grunge come i Nirvana o i Melvins (nomi tutelari del loro suono perché era quello che passava il circondario, visto che Olympia è a due passi da Seattle), non erano arty come certi Sonic Youth e nemmeno incazzati come l’hardcore, o meglio, il post-hardcore targato DC. Eppure respirano tutto, presentandosi all’International Pop Underground Convention e contaminando i propri riff con quelli di Bikini Kills e Nation of Ulysses, per poi accoppiarsi in tour con le band più disparate, dai Green Day agli Half Japanese: detta in altri termini, studiano quel che sta succedendo in America.

Da qui nasce la loro produzione, i cui primi vagiti sono stati già documentati nella prima ristampa a cura Numero Group, Kid Is Gone, di cui Rat City rappresenta l’ideale proseguimento. Questo triplo LP racchiude il momento di massimo splendore della band, ovvero i primi due album, a cui si aggiunge il solito bonus di singoli, radio session e materiale recuperato da compilation varie. Ne esce il ritratto di un gruppo che suona ostinatamente 90s, il cui unico demerito è forse quello di essere arrivato secondo rispetto a molti dei sopracitati. Ma il debutto su Kill Rock Stars, Fake Train (1993), è il noise rock perfetto. Ha un’esteica DIY, è affiliato agli equilibri dei Sonic Youth targati Evol ma guarda anche ai Fugazi, gode di un’intimismo in soffice headbanging: gente come i Blonde Redhead costruiranno una discografia su questo disco, un lavoro retto da una scrittura indubbiamente pop, legata a doppio filo con la forma canzone e i giochi pieno/vuoto tra basso e chitarra, ma non rigida o schematica.

Il concetto è ribadito e se possibile ingigantito da New Plastic Ideas, disco fotocopia che mantiene invariato lo scheletro Unwound, salvo ammorbidire leggermente gli spigoli con l’aggancio alle strutture e all’inquietudine esistenziale del post-rock marca Codeine/Slint (Abstraktions e Arboretum), dimostrandosi lavoro ragionato anche nei momenti punk e feroci (dall’incipit Entirely Different Matters a What was Wound). La strada è tracciata. Arriveranno una manciata di singoli qui documentati, utili per fare qualche esperimento (vedi i fiati che compaiono in Negated/Said serial/Census) e trovare nuovi/vecchi punti di riferimento (bella la cover dei Minutemen Plight e il funk di Another Practice), per poi inanellare una serie di dischi che annacqueranno la matrice noise rock sul versante sentimentale, rimanendo comunque su standard più che accettabili. Ma tutto quello che dovete sapere sugli Unwound è racchiuso in questo box.

24 maggio 2014
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