• ott
    01
    1970

Classic

Charisma Records

In retrospettiva non sorprende che Pawn Hearts venga giustamente considerato il migliore album dei Van Der Graaf Generator sia dalla critica che dai fans. Tutta la precedente carriera artistica della band aveva implicitamente preparato quel capolavoro, e tutta quella successiva non ha fatto altro che consolidarne l’eredità. Fuoriusciti dal maelstrom creativo del rock britannico dei tardi anni Sessanta, i Van Der Graaf Generator, il cui nucleo originale (Peter Hammill e Chris Judge Smith) proveniva dall’università di Manchester, si erano già sciolti una prima volta prima di pubblicare i primi singoli (Necromancer, People You Were Going To) e il primo album Aerosol Grey Machine contenente le loro prime lunghe ma ancora naive suite.

Il secondo album The Least We Can Do Is Wave To Each Other, forte di classici come Darkness e Refugee, contribuì a valorizzare i ruoli dei musicisti e gli equilibri interni. La line-up si cristallizzò attorno alle personalità del cantante-filosofo Peter Hammill (i cui testi intrisi di un senso di pessimismo panico epitomizzavano spietatamente il concetto di nevrosi), del tastierista Hugh Banton (il cui organo gotico era largamente responsabile del tono truce e cupo dei brani) e dell’apocalittico batterista Guy Evans. A dare man forte era entrato in formazione il fenomenale David Jackson, il cui lavoro al flauto e soprattutto ai sax ne facevano di volta in volta l’unico solista oppure il musicista addetto a sottolineare con toni stentorei le parti più dilaniate e angosciose dei brani della band.

Il successivo LP H To HE Who Am The Only One definì poi una volta per tutte l’arte dei VDGG. Un sound classicheggiante accompagnato da armonie intricate, continui sobbalzi ritmici e disturbi subsonici (per aumentare il senso del dramma) e contaminato dal jazz-rock, faceva da colonna sonora agli psicodrammi esistenziali che Hammill, oscillando fra diversi registri vocali (dal tono psicotico o gelido al bisbiglio disperato), rendeva in tutto il suo pathos. Brani come Killer (un macabro poema sul Male), House With No Door (un acuto delirio sulla solitudine) e Pioneers Over C (il tormento di un’astronauta perdutosi nello spazio) mantenevano solo lo scheletro del rock romantico, ma non indulgevano più sul formalismo classico degli ELP, degli Yes o sul medioevo leggendario dei Genesis, preferendo scavare ossessivamente nei disagi e nei tormenti più profondi e atroci della mente umana.

Partendo da queste basi, Pawn Hearts è l’album che bilancia alla perfezione capacità tecniche dei musicisti (come singoli e come gruppo) e messaggio tematico e ideologico. Non solo: con questo album i VDGG spostano il limite del progressive-rock come stile, proiettando i criteri del genere in un’ottica di strategia compositiva e di progettualità artistica ed emozionale. Fondamentalmente, Pawn Hearts è un concept album capace di riflettere su grandi temi universali come la morte e la solitudine dell’uomo rimasto non meno solo e angosciato sulla Terra. Ognuna delle tre suite che lo compongono, è una stazione di una via crucis umanissima tanto solenne (musicalmente) quanto spaventosa (tematicamente). Così in Lemmings (una danza epilettica falciata dai trilli dell’organo e dai riff dissonanti del sax) il suicidio di massa dei roditori è una metafora del destino che attende l’uomo, mentre Man-Erg – insieme salmo e inno accorato all’uomo dell’evo tecnocratico – assurge a poco a poco a una dimensione epica. A loro volta questi brani preparano il terreno per A Plague Of Lighthouse Keepers, che occupa l’intera seconda facciata. Il brano è un kammerspiel tragico e convulso caratterizzato da continui fondi scala emotivi, dalle basi ora celestiali, ora tenebrose dell’organo e del sax, e soprattutto dalle parti vocali drammaturgiche, tese e vibranti come in un lied brechtiano, fino all’apoteosi del coro finale, dove la coscienza di Hammill della solitudine e dell’ineluttabilità del destino coincide con quella dell’intero genere umano: è uno dei punti più alti raggiunti dal progressive rock. A Plague… fu composta con la tecnica del collage, sviluppando un’idea iniziale e attaccandovi 16 parti musicali, ognuna delle quali era il conseguente sviluppo della precedente, a riprova dell’altissimo livello di professionalità raggiunta dal gruppo.

Pubblicato nell’ottobre del 1971, Pawn Hearts ebbe un relativo successo in patria ma un immenso successo in Francia, Belgio e in Italia (primo nella classifica dei 33 giri, vi rimase per 12 settimane). I VDGG furono i più originali esponenti del progressive inglese: il loro sound claustrofobico, buio e deserto calato in un universo unico e terribile, non ebbe eguali nel rock di quegli anni.

9 ottobre 2016
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