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Vanni Santoni, toscano di Montevarchi classe ’78, è autore di romanzi e racconti. Per Muro di casse aveva pensato di cimentarsi in un saggio, mosso dalla voglia – l’urgenza – di rendere giustizia alla stagione dei rave o free party, consumatasi grosso modo (restano margini di incertezza, peraltro organici al fenomeno) tra la metà degli anni ’80 e i primi anni del nuovo millennio, vero e proprio fantasma alieno, ignorato, denigrato e liquidato da quasi tutto il panorama politico, culturale e civile.

Come Santoni stesso spiega nell’introduzione (quando già siamo con un piede dentro al racconto) l’approccio storiografico/saggistico si è rivelato subito poco adatto, per non dire incompatibile, vuoi per la mancanza di fonti documentali certe, vuoi perché il senso della faccenda andava ricercata nella fragranza del vissuto, nel cuore di una narrazione dove pulsassero ancora le impronte delle innumerevoli esperienze. Non documentare, quindi, ma narrare, armare la bombarda del romanzo. Scegliendo punti di vista parziali che però consentano di restituire il succo di ricordi ancora caldi di emozione.

Sul filo tra finzione e realtà quindi, dopo un preambolo che carica il mood di lirismo nostalgico, Santoni costruisce uno schema in tre movimenti, altrettanti colloqui con amici vicini e lontani, reduci di vite degne di memoria, testimoni colti nelle proprie vite diversamente restituite allo stato adulto. Sensi, intelletto e spirito, ovvero Iacopo, Cleo e Viridiana, tre modi di paracadutarsi nell’esperienza: la scossa della consapevolezza istintiva, l’angolazione analitica (che finisce per diventare politica) e l’immersione mistica.

Ne esce un affresco rapsodico, costruito per frammenti e frattali, tra sequenze mnemoniche folgoranti dettate in un codice colloquiale disinvolto, flagrante, che non scade mai però nello slang a gratis. La mappatura musicale (dalla acid house alla techno) e chimica (MDMA, LSD, ketamina…) disegna una specie di circuito d’alimentazione di questo enorme motore invisibile, non contro ma fuori dal sistema, una perturbazione in movimento su Inghilterra, Francia, paesi mediterranei e infine post-sovietici, inseguendo sacche di libertà, o meglio fuggendo dai provvedimenti di legge repressivi. Colpisce come proprio questo nomadismo (forzato ma anche elettivo) costituisse il fulcro del movimento, l’energia apolide che trasformava i confini in frontiere, restituendo scopo, funzione, vita ai luoghi dimenticati, travolti, violentati dalle rovine del sogno europeo (bellissime le pagine del rave organizzato a Tuzla, nel pieno del conflitto jugoslavo).

Un’ultima notazione, strettamente musicale: è interessante come ne esce il rock, che se viene ovviamente indicato tra le culture di riferimento (l’esperienza hippie e punk – utopia e no future -, il motorismo industriale krauto), d’altra parte se ne evidenzia l’incapacità ormai consolidata di cogliere il senso del presente e dei cambiamenti in atto. Il rock, anzi, si rivela ormai parte integrante e organica del sistema di cui riproduce i meccanismi, a partire dalla forma canzone strutturata per replicare simbolicamente le gerarchie consolatorie del potere, laddove la techno si prefigura invece come monolite pulsante, fusione dell’individuo (sensuale, intellettuale, spirituale) nella moltitudine, vera erede e compimento dell’utopia psych dei 60s.

Un libro conciso che lascia tracce profonde, molti spunti di meditazione e fame di ulteriore approfondimento.

26 settembre 2015
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