• giu
    03
    2016

Classic

Numero Group

Ci ricordiamo dei White Zombie per il loro grebo-metal di metà anni ’90, per il sound filo hip-hop di More Human Than Human, per l’aura da fumetto delle grafiche e per la loro immagine, per i dreadlocks di Rob Zombie – e per quello che ha fatto dopo, lo stesso Zombie – e magari perché erano uno dei gruppi preferiti di Beavis & Butthead. Sono meno conosciuti gli esordi indipendenti della band, immersi nei suoni underground della Grande Mela e persino in un grunge per cui verrebbe da trattarli quasi come dei pionieri inconsapevoli, pensando che stavano sull’altra costa rispetto a Seattle e che le loro evoluzioni sono praticamente contemporanee o addirittura in leggerissimo anticipo rispetto ai vari Melvins, Soundgarden o Mudhoney.

Tutta la storia del gruppo gira intorno a Rob “Zombie” Straker e alla bassista Sean Yseult, sorta di Lux Interior e Poison Ivy usciti da Blade Runner, ma l’avvincendarsi di vari chitarristi ha avuto ricadute drastiche sul loro stile. La panoramica di questo box antologico della Numero Group è perfetta da questo punto di vista, perché è l’uscita più completa concentrata sui primi album dei White Zombie, raggruppando in ordine temporale i brani di tutte le uscite precedenti il contratto con Geffen e i successi di LA Sexorcisto e Astro-Creep: 2000.

Si parte dall’EP Gods on Voodoo Moon, anno 1985, che biascica una sottospecie molto perversa di punk in una sorta di fall out psichedelico; a fare da sfondo sono i Birthday Party, il sound protostoner dei Blue Cheer, il rockabilly sboccato dei Cramps e le scurrili prodezze dei Butthole Surfers. Un altro EP, Psycho-Head Blowout (1986), segna il momento più interessante con l’ingresso di Tom Guay (aka Tom Five) alla chitarra. È il turno del punk noise pesto condito di dissonanze e scordature à la Sonic Youth (Eight-Eight) e di un blues rock marcissimo e paranoico con tanto di percussioni simil-industriali che non può non far pensare ai Pussy Galore.

È lo stile che in qualche modo consacra questa prima fase. E infatti Soul-Crusher nel 1987 compatta le varie abiezioni sonore in un punk rock sui generis, a mezza via tra l’hardcore (per l’intensità) e il grunge (per lo stile). Punk pesante e dalle ritmiche smembrate in tanti pattern che si contorcono l’uno sull’altro – le variazioni spastiche di Scum Kill; un punk che non è più rock and roll accelerato ma nemmeno quella cosa che verrà dopo (anche se con Drowning the Colossus, Crow III e Skin i Nostri avrebbero potuto fare tranquillamente comunella tra la gente di Seattle). La cacofonia della chitarra ha aggiustato il tiro sui riff densi e acidi sospinti da battiti tribali di Skin, Truck on Fire e Diamond Ass; si notano per la prima volta anche quei sample che più tardi avranno un ruolo ben più esteso e importante nell’economia della band. È con tutta probabilità il miglior disco di questo periodo, l’ultimo tra l’altro uscito per l’etichetta personale Silent Explosion.

Il gruppo poi approda a un’etichetta indie di livello come Caroline e cambia ancora chitarrista. Nel 1989 Make Them Die Slowly è dominato dai riff e dagli assoli di John Ricci, inclini al thrash e allo speedmetal. Demonspeed, Disaster Blaster, Murderworld non hanno perso il vezzo White Zombie di cambiare tempo insieme ai riff: sono brani intricati ma sostanzialmente heavy metal, e fanno pensare ai Metallica, ai Pantera, e non più a Swans e Pussy Galore; sono anche più “cantati” seguendo una linea melodica, invece che annaspando con la voce dietro a una struttura strumentale bizzarra.

God of Thunder, cover dei Kiss sull’omonimo EP del 1989, anticipa la fase di MTV. In formazione c’è già Jay Younger (il chitarrista di LA Sexorcisto) e soprattutto è in lavorazione il grunge-metal farcito di trucchi elettronici e ganci vari che farà la fortuna dei dischi major dei primi anni Novanta. Il cambiamento si nota persino nella voce di Rob Zombie, molto più accostabile al periodo overground rispetto ai pezzi precedenti. Sono gli ultimi brani di un monumentale box (3 CD o 5 LP, oltre a un ricco booklet) che non spingerà forse a riscrivere la storia del rock, ma aiuta a mettere in luce qualche suo caratteristico angolino.

15 agosto 2016
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