• mag
    13
    2013

Album

Captured Tracks

Punta di diamante di casa Captured Tracks e con l’ultima recente pubblicazione, Nocturne, che ne ha definitivamente consacrato le eccelse doti di scrittura, Jack Tatum e i suoi – ormai al plurale – Wild Nothing, sfruttano il momento di grazia per mandare in stampa del nuovo materiale. Così come ad inizio carriera, anche questa volta la scelta ricade sul formato dell’EP e a far da contraltare all’esordio Golden Haze c’è ora questo Empty Estate, risultato di quell’urgenza espressiva che è spesso chiaro sintomo di cambiamento. Ci sono novità in casa Wild Nothing e lo si percepisce sin dalla copertina, un caleidoscopio policromo che poco si adatta alle scelte (quasi) monocromatiche delle precedenti uscite. La svolta, seppur ancora in nuce, si riflette anche nei suoni: il pop abbandona il bianco e nero per abbracciare i colori e quasi ovunque c’è almeno una sfumatura psichedelica.

Se ne ha subito evidenza con l’iniziale The Body In Rainfall che si lancia sbarazzina lungo un inconsueto incedere psych-pop che, pur riportando talvolta alla mente addirittura i MGMT, riesce ad amalgamarsi adeguatamente con i marchi di fabbrica tipici di casa Tatum. Allo stesso tempo è interessante notare il quasi totale abbandono delle sonorità jangle degli esordi, a favore della scelta di puntare forte su quelle atmosfere più sintetiche che già facevano capolino su Nocturne. Un pezzo come Paradise sembra infatti aver posto le basi per la costruzione dei tre episodi centrali dell’EP: si ritrovano di nuovo quei synthoni scintillanti e patinati che avvolgono prima le chitarre di Ride e sublimano poi il tiro à la DIIV di Data World e gli ammiccamenti catchy di Ocean Repeating (Big-eyed Girl), abbracciando un alone che da dreamy si fa quasi electro-pop. Gli spaccati più dilatati ed eterei del predecessore vengono invece spinti al limite e contaminati dalla “deriva” psych, con l’interlocutoria Hachiko, strumentale pseudo-ambient poco ispirato, che insieme allo sparring-partner sotto acido – ma forse ancor più insipido – di On Guyot, fa il verso agli Animal Collective più fumosi senza però trovare una via d’uscita degna.

Il tocco finale di nuovo rivitalizzante è dato però dalla rocambolesca progressione funky di A Dancing Shell, salmodiante nella strofa e con uno special di fiati che ci accompagna per direttissima alla sezione David Byrne della collezione di dischi di Tatum, con la certezza che la strada verso il prossimo LP – al di là dei mezzi passaggi a vuoto delle divagazioni ambient – è già ben spianata e la consapevolezza che a lasciare la strada certa per l’incerta, se si hanno talento e idee, spesso ci si guadagna.

20 maggio 2013
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