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Capitolo primo. Adorava Manhattan, lo idolatrava smisuratamente…”ehm no è meglio lo mitizzava smisuratamente”. Per lui era stato il film che sancì la definitiva conferma delle doti drammaturgiche di Woody Allen, subito dopo il tetro e la tragedia così sapientemente misurati di Interiors, che in pochi avevano colto, ma che in seguito sarebbe stato il cuore pulsante di ogni sua opera successiva, compresa quella di cui parlo oggi. Il cui bianco e nero di Gordon Willis è stampato a fuoco nella memoria degli amanti della settima arte e le cui pulsioni emotive sono perfettamente veicolate dai grandi motivi di George Gershwin. “Ahh…no, ricominciamo daccapo”. Era troppo romantico riguardo a Manhattan, disprezzava sagacemente chiunque mettesse al primo posto Io e Annie, pur ammettendo ingenuamente che lo scarto tra le due pellicole fosse minimo, quantificabile più con un giudizio estetico che con uno rigidamente formale e di contenuto. “Un po’ stantio non trovate? Impegnati un po’ di più! Daccapo”. Capitolo primo. Adorava Manhattan, per lui era la metafora dell’amore dirompente del regista verso la città di New York, un amore che trascendeva il semplice giudizio personale per trasformarsi in critica corrosiva verso gli aspetti più degradanti della società americana, cui si rimprovera la carenza di integrità morale che di contraltare porta ogni individuo a cercare facili soluzioni e scorciatoie in virtù del proprio, personale benessere. “Così, però, sembra un po’ troppo ricattatorio…insomma io questa recensione vorrei che facesse anche sorridere chi la legge. Ci sono!”. Capitolo primo. Manhattan era il suo film preferito, e lo sarebbe sempre stato. [Rapsodia in blu di Gershwin]

Non è difficile capire l’amore di chi scrive verso l’opera (omnia) di Woody Allen, specialmente verso Manhattan, ottavo (nono se si conta anche il rimontaggio di Che fai, rubi?) film diretto dal regista newyorchese, scritto con il fedele Marshall Brickman e – parafrasando lo stesso autore – una delle cose per cui vale la pena vivere. Conscio dell’esperienza di Interiors, Allen trasferisce l’impostazione corale della vicenda nell’universo sarcastico e pungente di Io e Annie, allargando il suo spettro d’indagine: le coppie prima raddoppiano, poi triplicano e così via… (Isaac e Tracy, Yale e Emily, poi Yale e Mary, Isaac e Mary, ancora Yale e Mary e Isaac e Tracy – se escludiamo Isaac e la psicotica amorale e ambisesso Jill, spero di non aver omesso nulla). Attraverso le camminate per Central Park, di giorno e di notte, dove le giornate di sole si trasformano in temporali elettrici, la scrittura e l’obiettivo di Allen affrontano non tanto la nascita del sentimento amoroso e le disfunzioni di coppia, ma il dialogo stesso della coppia, delle idiosincrasie della vita condivisa da due persone che fuoriescono naturalmente a causa di un cinismo intellettuale che poco ha a che fare con il dare e moltissimo con l’avere, con il bisogno di essere costantemente amati, approvati, ammirati e mai scherniti.

Questa carrellata di esistenzialismo, pensiero kierkegaardiano, filosofia bergmaniana, rende il personaggio di Isaac Davis il migliore che Allen si sia mai cucito addosso (al pari forse del malinconico Danny Rose). Egli è una sintesi tra il vero Allen, tra il suo doppio come autore e l’immagine che Allen stesso ha promosso a livello mondiale, quello che perfino le donne più irresistibili trovano sexy e se ne vantano. Isaac vede inizialmente nell’affetto per Tracy un’insolita vacanza dal suo stato ordinario, quello che successivamente lo porterà a riavvicinarsi a una donna con il suo “stesso ego di idee”, riproiettando la propria concentrazione fisica e psicologica su un egoismo malato e rinvigorente allo stesso tempo. L’ennesima delusione sentimentale servirà dunque come ultimo banco di prova per il protagonista, che finalmente riconoscerà la funzione salvifica di Tracy, di come l’egoismo non porti a nulla di conclusivo e non sia assolutamente una delle forze catalizzatrici dell’universo umano, nella sua lotta infinita contro l’irrazionalità. L’amore disinteressato e la fiducia nel prossimo lo sono? Allen non dà una risposta esplicita, ma di sicuro queste ultime appartengono a quell’ordine irrazionale (passatemi l’ossimoro) per cui vale la pena vivere, così come vale la pena – a distanza di oltre 38 anni – attendere ogni suo nuovo film, sicuri di ritrovarvi dentro quegli stessi temi, abusati, ingigantiti, rimpiccioliti, ma sempreverdi, universali e mai stantii.

Uscito il 25 aprile 1979 e successivamente presentato al Festival di Cannes, il film si guadagnò due nomination ai Premi Oscar del 1980 e torna nelle sale italiane dall’11 maggio 2017 nella versione restaurata dalla Cineteca di Bologna.

12 maggio 2017
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