• set
    30
    2016

Album

Universal

Il 18 settembre scorso, presso la stazione ferroviaria di Zurigo, la Boule d’Or Centenaire (la Palla d’Oro Centenaria, che dal 2008 è esposta in una nicchia di vetro nel pavimento della stazione) è rotolata su una pista di legno appositamente costruita (il Bois du Voyage d’Or) coprendo una distanza di 12 metri. La performance (che verrà ripetuta il 28 agosto 2033, e poi ancora nel 2064, 2082, 2097 e 2108, cento anni dopo la prima volta) rientra tra le azioni dell’Associazione dei Maestri del Nulla, nel Manifesto della quale si legge: «L’uomo è un’insensata coincidenza che, per una frazione di un secondo cosmico, ruota intorno ad un sole come un pezzo di relitto intergalattico, cercando disperatamente di dare un senso al nonsenso tra la nascita e la morte. L’Associazione dei Maestri del Nulla riconosce che non c’è alcun senso nell’essere, e vive di nonsenso e insignificanza. I suoi membri si impegnano a rappresentare non il nulla ma la definitiva bellezza del non-essere e il mero fine dei giorni e degli anni nel guscio meravigliosamente ridicolo dell’Homo Sapiens su questo pianeta». Presidente dell’Associazione dei Maestri del Nulla, e creatore e “spingitore” della Boule d’Or, è lo svizzero Dieter Meier, artista concettuale e video maker nato nel 1945 e attivo dal 1968, rampollo di una famiglia di banchieri, ex giocatore professionista di poker e golfista di rilievo nazionale, proprietario terriero e imprenditore di successo, ma ai più famoso come vocalist e lyricist degli Yello.

Dici Yello e dici synth-pop: il nome è tra i riferimenti più importanti per la definizione dello zeitgeist elettronico degli anni Ottanta. Prima in trio (dal 1978 al 1983) e poi in duo, il gruppo zurighese è stato fautore di un ironico ed irresistibile mèlange tra l’euro-disco moroderiana e l’approccio exotico della Yellow Magic Orchestra, tra il futurismo anni ‘60 di Raymond Scott e la plastica fantastica di casa Zang Tuumb Tumb, tra new wave e bossanova. Pur se i maggiori riscontri risalgono a tre decenni fa, il progetto Yello ha comunque continuato a rotolare, rischiando più volte di invilupparsi su se stesso ma mai risultando noioso. Senza contare le tante compilation celebrative, Toy è il loro tredicesimo album: a sette anni di distanza dal precedente Touch il tempo non sembra essere passato, nel bene (una collezione di tracce coi baffi, piacevole ed elegante) e nel male (nulla che non sia già stato sentito su Radio Yello). Ma in questo caso il disco assume maggiore senso e rilevanza, sia come audio billboard per gli annunciati live show (quelli di fine ottobre a Berlino sono stati presentati come i primi spettacoli dal vivo di sempre degli Yello, fingendo di dimenticarsi del Live At The Roxy del 1983), ma anche come veicolo per tre-quattro canzoni (Limbo, Starlight Scene, 30’000 Days, Tool Of Love), che non avrebbero sfigurato in Stella, in One Second o in Flag, ovvero al culmine del successo (chi scrive preferisce però i primi tre album, quelli con ancora Carlos Perón in organico, più sanguigni e dadaisti: capolavori).

Abbiamo parlato di Dieter Meier, ma Toy è soprattutto il giocattolo dell’altro Yello: come prima, più di prima, è a Boris Blank (classe 1952) e alla sua inventiva sonica e sapienza da sound designer (vedi in merito anche la library music prodotta come Avant Garden) che dobbiamo grandissima parte dell’album. Nel 2014 Blank aveva pubblicato a suo nome Electrified, una bellissima retrospettiva in 40 tracce a testimonianza del suo lavoro di cinque decenni in studio, passata pressoché inosservata perché non brandizzata Yello: ora è il momento di riprendersi crediti e visibilità, dando un’ulteriore, gradevole rimestolata agli ingredienti più gustosi di un’intera carriera.

La voce da crooner di Dieter Meier (piacevolmente ispessita dall’esperienza: vedi l’ottimo Out Of Chaos, che nel 2014, alla tenera età di 69 anni, aveva segnato il suo debutto discografico) viene utilizzata con parsimonia, ancor più che in Touch, qui affiancata (Electrified II, Starlight Scene) o sostituita (Cold Flame, Give You The World) da quella melliflua di Malia, la jazz singer con base a Londra ma originaria del Malawi con la quale Blank aveva collaborato nel 2014 per l’album Convergence, altra fonte diretta per il materiale di Toy. Kiss The Cloud e Lost In Motion sono invece cantate da Fifi Rong, cino-londinese già ospite di Tricky in False Idols e, quest’anno, da Skepta in Konnichiwa; nell’indolente beguine di Dark Side la Rong duetta con Dieter. In Dialectical Kid, un outtake di Touch e già inserito nella compilation Yello By Yello del 2010, a Meier si affianca Heidi Happy. Nella psichedelica Blue Biscuit è invece Boris Blank a prendersi interamente carico anche della parte vocale. E poi ci sono le tracce strumentali: Pacific AM è un re-edit di un brano realizzato, nel 2012, per la partnership con PlanetSolar, la più grande nave solare al mondo; Magma era già stata abbozzata un lustro fa per la sonorizzazione di una mostra a Pechino; i disegni preparatori di Toy Square provengono dalla sezione più vecchia degli archivi sonori di Boris. Frautonium, che introduce e chiude l’album, omaggia il Novecento elettronico tedesco nelle sue istanze più romantiche, citando Oskar Sala e i Kraftwerk.

In sintesi, un album meravigliosamente inutile, da cui non bisogna pretendere innovazione ma che restituisce piacevole intrattenimento: un temporaneo ma efficace antidoto contro il logorìo del Nulla.

26 ottobre 2016
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